Sono oltre 500 i volontari mobilitati nell’intera diocesi che realizzano concretamente il “sogno natalizio”del cardinale Tettamanzi. Una di loro spiega i tre verbi che guidano l'impegno

di Silvio MENGOTTO

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Una straordinaria presenza di volontari del Fondo Famiglia-Lavoro ha caratterizzato l’incontro con il cardinale Tettamanzi lo scorso 12 novembre nella chiesa di S. Stefano. Prima dell’Arcivescovo si sono ascoltate tre testimonianze che hanno evidenziato esperienze ricche di novità e riflessioni. Ilario Sabadini, volontario Acli che opera a Lecco, ha raccontato le piccole e grandi crisi non mostrate dai media, ma che gli operatori vedono. Don Giorgio Fantoni, presidente della commissione decanale di Vimercate, ha evidenziato l’importanza di «stare vicino a persone a volte disperate».
L’intervento di Rosanna Bissi ha colpito i presenti. Una testimonianza sull’esperienza fatta con i collaboratori e, soprattutto, l’incontro con le persone. Da alcuni anni Bissi si occupa del Centro di ascolto nell’unità pastorale del quartiere Forlanini. Quando il parroco don Sandro Sozzi le ha chiesto di collaborare al Fondo, Rosanna ha accettato volentieri l’incarico, che condivide con altri quattro volontari. Ogni mercoledì svolgono in parrocchia il servizio per il Fondo e, dice Rosanna, «ci siamo organizzati in modo da effettuare l’ascolto sempre in due persone presenti con l’obiettivo di favorire un momento della elaborazione dei dati raccolti. La domanda è sempre stata accompagnata da una relazione».
Sin dall’inizio i volontari si sono impegnati anche nel mobilitare le realtà presenti nel territorio perché, continua Rosanna, «ci siamo resi conto subito che il Fondo poteva “mettere una pezza”, ma anche che i problemi erano molto complessi». Ascoltando le persone emergeva sempre il problema principe che si sintetizzava nella frase: «Ho perso il lavoro». In questi nove mesi sono emerse altre problematiche come «l’avere in casa il figlio o il fratello handicappato». L’esperienza del Fondo, continua Rosanna, «ci ha portato ad accogliere queste persone per cercare con loro di capire offrendo un punto di riferimento sul territorio. Abbiamo avvertito subito che accanto alla domanda, per un sostegno economico, era forte l’esigenza di non sentirsi abbandonati nell’affrontare altri problemi». Rosanna, insieme agli altri volontari, ha imparato ad ascoltare senza giudicare, essere disponibile a partecipare al problema che viene esposto. «C’è la consapevolezza che ciò che si legge sui giornali l’abbiamo accanto alla nostra porta di casa. Uno stimolo a guardarci attorno senza lasciare queste persone del quartiere nella solitudine».
Ciò che ha colpito maggiormente Rosanna è il constatare come i piccoli imprenditori siano stati quelli più colpiti. Alcuni «si vergognavano nel fare la domanda. Una vergogna che si leggeva nel volto e dicevano che per tutta la vita erano stati sufficienti alla famiglia, ma ora dovevano chiedere aiuto». Una vergogna con due facce: quella del disagio nel dover chiedere e quella nei confronti dei figli. La frase di un sessantenne è rimasta scolpita nel cuore di Rosanna: scoppiando in lacrime, le ha detto: «È la prima volta che apro il libro e tiro fuori tutto, mi sembra di parlare davanti a mia madre». Significativa la frase di un lavoratore: «Se trovassi un lavoro restituirei ciò che ho ricevuto». I cinquantenni che perdono il lavoro rischiano una pesante emarginazione e una profonda ferita alla dignità: «Perché – dice Rosanna – non pensare a una forma di collaborazione con queste persone?».

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