Un inno alle donne che, come Maria di Màgdala – e milioni di sue “sorelle” del terzo millennio – «non si fermano di fronte alle lacrime, allo strazio e allo sgomento della morte e della crudeltà»senza senso, ma vanno ad annunciare la verità di un nuovo inizio.
È la Pasqua di Risurrezione del Signore e l’Arcivescovo, che di prima mattina ha celebrato Messa nel carcere di San Vittore, presiede tra le navate del Duomo il Pontificale solenne concelebrato dai Canonici del Capitolo metropolitano. Parole, le sue, che risuonano nella “casa di tutti i milanesi”gremita di fedeli e che fanno riflettere sul coraggio della nostra fede e sulla sua responsabilità(soprattutto “al femminile”), da cui spesso rifuggiamo.
I Dodici Kyrie e i tanti gesti della liturgia ambrosiana, le antiche e impegnative melodie eseguite dalla Cappella musicale del Duomo e le sonorità, per l’occasione, affidate anche a un ensemble di ottoni, le tre Letture tratte dal Nuovo Testamento – attraverso le pagine degli Atti degli Apostoli, della I Epistola ai Corinzi e del Vangelo di Giovanni -, definiscono, infatti, il senso di una partecipazione al mistero del sepolcro vuoto e alla Pasqua di Cristo risorto.
«Benvenuti a tutti, ci sentiamo tutti a casa in questo luogo dove Gesù è presente e ci chiama a partecipare alla sua vita, alla sua gioia che ci rende figli di Dio», dice, nel saluto iniziale ripetuto anche in inglese e spagnolo, il vescovo Mario Delpini che, nella sua omelia, parla poi, appunto, delle donne.
Piangere al sepolcro
«Vanno ancora le donne a piangere al sepolcro, agli innumerevoli sepolcri di cui è ferita la terra? Vanno ancora a piangere ai sepolcri per dire la protesta contro l’intollerabile potere della morte, per attestare di affetti che la morte non può spezzare e dire lo strazio per la smentita di ogni promessa?».
Forse no, per motivi profondi – perché «non hanno più lacrime da versare, perché hanno troppo pianto, perché la morte è stata troppo arrogante con i loro cari, troppo violenta, troppo ingiusta con il dolore di madri e spose e sorelle e figlie che copre la terra di una tristezza inguaribile» – o, magari, semplicemente, per superficialità, come accade spesso nel cosiddetto mondo civile.

«Ci sono donne che non vanno più al sepolcro a piangere: ritengono la morte un argomento di cattivo gusto, provano ribrezzo al pensiero che la bellezza, ricercata con l’ossessione dell’apparire, si decomponga nella terra o si incenerisca nell’aria. Ritengono il morire di una persona, anche di famiglia, come un fastidio da sbrigare in fretta; molti altri impegni e molti altri pensieri premono e sconsigliano di piangere. Forse hanno imparato troppo dagli uomini della ribalta ad avere a cuore l’efficienza più che gli affetti, la superficialità più che l’intensità, i numeri più che la poesia».
E, poi, la ragione più comune nelle nostre terre per donne che «hanno dimenticato come si fa a pregare e, forse, sono arrabbiate con Dio perché lo ritengono responsabile delle morti e di tutti i mali; forse, arrabbiate con la Chiesa perché la ritengono un’organizzazione maschilista di cui trovano insopportabili i peccati».
Maria invece…
Ma, forse per tutto questo, l’“invece”, del capitolo 20 del Vangelo di Giovanni, suona sempre, pur attraverso i secoli, come «una originalità», nota il vescovo Mario, perché «contesta la lentezza a capire dei discepoli che, dopo essere corsi al sepolcro, se ne tornarono a chiudersi in casa imprigionati nella paura».

E se, inizialmente sbagliano tutti – Maria che non riconosce il Signore, i discepoli «più inclini a credere ai fatti che alle Scritture» -, la differenza è proprio lì: Maria rimane al sepolcro e alla fine riconosce il suo “Rabbunì, Maestro” e corre ad annunciare Gesù risorto.
Donne che dicono la verità
«Nel giorno di Pasqua – scandisce, quindi, monsignor Delpini – per annunciare l’esperienza della Pasqua, la parola è data a una donna. In una Chiesa come quella dei discepoli, chiusa in se stessa e complessata di fronte al contesto di indifferenza e di impopolarità, c’è bisogno di una donna che dica la verità: la morte è stata vinta, è donata una nuova vita».
In «una Chiesa indaffarata in iniziative e organizzazioni c’è bisogno di una donna che dica la verità: facciamo festa, esultiamo di gioia, lasciamoci prendere dalla commozione di un incontro che cambia la vita».
E, ancora, «in una Chiesa preoccupata di ruoli e di distribuzione di cariche e di responsabilità, c’è bisogno di una donna che dica la verità: siete fratelli, fratelli di Gesù, siete introdotti alla familiarità con il Padre, Padre di Gesù e Padre di noi tutti»,

In conclusione, prima della benedizione papale con annessa l’indulgenza plenaria impartita dall’Arcivescovo per facoltà ottenuta da papa Leone, ancora un pensiero. «Che la Pasqua sia un impegno di disponibilità al servizio della carità e a costruire la pace», mentre quasi contemporaneamente il Santo padre, in piazza San Pietro, annunciava per sabato 11 aprile una Veglia di preghiera per la pace.
Successivamente, come ormai tradizione, monsignor Delpini si è recato presso l’“Opera Cardinal Ferrari” dove ha partecipato al pranzo di Pasqua con molte decine di ospiti, i “Carissimi”, e di volontari.



