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La Pasqua 2026 nella Chiesa ambrosiana

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In Duomo

«Per Pasqua portate a una persona un augurio e un sorriso»

Questo il gesto proposto dall’Arcivescovo nella celebrazione penitenziale all’inizio della Settimana Santa, accompagnato da un’indicazione: «Liberatevi dal peccato, grazie alla fiducia in Gesù e al sostegno della comunità, e mettete i vostri talenti al servizio degli altri»

di Annamaria BRACCINI

31 Marzo 2026
celebrazione penitenziale laici settimana santa 2026

«C’è in noi il desiderio di non essere paralizzati dal peccato, ma di essere buoni e santi, a servizio di Dio e dei fratelli?». Questa la domanda che, soprattutto nella Settimana Santa – definita «autentica» proprio per la sua esemplarità -, dovremmo porci per vivere una vera riconciliazione. Come dice l’Arcivescovo. che in Duomo presiede la celebrazione penitenziale in vista della Pasqua. Un rito già svoltosi per il Clero all’inizio della Quaresima, e ora ripetuto e dedicato ai laici, invitati ad accostarsi alla confessione: in Cattedrale, accanto a monsignor Delpini, si mettono a servizio dei fedeli più di una ventina di sacerdoti e tre Vescovi, tra cui il Vicario generale monsignor Franco Agnesi e il Vicario episcopale per la Zona I monsignor Giuseppe Vegezzi.

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Le confessioni

La celebrazione è articolata in una triplice scansione: Confessio laudis, Confessio vitae e, infine, Actio (la penitenza proposta dall’Arcivescovo). Prima delle confessioni individuali, l’omelia prende avvio dal Vangelo di Marco, con la parabola della guarigione del paralitico che dà anche il titolo alla liturgia, «Alzati e cammina».

Il desiderio di liberazione

«Forse ogni peccatore si può immaginare come il paralitico», spiega l’Arcivescovo che, simbolicamente, identifica le quattro persone che portano il malato davanti al Signore con altrettanti desideri di avvicinarsi al suo perdono.

«Il primo è il desiderio di libertà, di liberazione, perché chi commette peccato è schiavo del peccato. La schiavitù del peccato consiste nel fatto che si diventa deboli di fronte alle tentazioni. Invece che camminare con leggerezza e scioltezza verso il bene, si compie il male che ci si era proposti di evitare». Occorre, quindi, essere «liberi dall’ira che ferisce le persone, dal risentimento per il male subìto che non si riesce a perdonare, dalla presunzione che ci rende giudici severi degli altri; liberi dalla volgarità degli sguardi, dei desideri, dei gesti».  

Poi, la fiducia: «Forse altri possono aiutare a liberarmi da problemi psicologici che il male può provocare, convincermi che non c’è niente di male in quello che ho fatto; altri possono rassicurarmi dicendo che tutti fanno le stesse cose. Eppure, soltanto Gesù può leggere nella mia intimità lo struggente desiderio di essere buono, di fare contente le persone che amo, mettendo luce nelle tenebre inquietanti che sono dentro di me. Ho fiducia in Gesù perché lo conosco, ho ascoltato la sua parola, ho visto l’attenzione che rivolge a tutti i disgraziatissimi della terra».

Ma tutto questo si può fare solo essendo accompagnati dalla comunità, ed è la terza indicazione.

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I fedeli in Duomo

Il sostegno della comunità nel servizio

«Coloro che mi portano a Gesù sono, come me, imperfetti, peccatori, mediocri, ma senza di loro non posso giungere fino a Lui. Le mie buone intenzioni, il mio desiderio di liberazione non bastano. Andare fino a Gesù non è un percorso individualistico: richiede, invece, una solidarietà, una carità che diventa reciproco aiuto, incoraggiamento, accompagnamento. Ho bisogno della comunità».

Infine, il «proposito di essere a servizio»: «Imprigionato nella mia mediocrità, nella mia indifferenza, nel mio egoismo, non faccio niente di buono per nessuno. Avverto che sono chiamato a fare il bene, a mettermi a servizio delle persone e della comunità in cui vivo, ma non ci riesco. Sono troppo fragile e incostante. So di avere dei talenti da mettere a frutto, ma li tengo per me, ho paura di perderci: solo Gesù con il suo perdono può dirmi: “Alzati, prendi la tua barella e cammina”».

Da qui la conclusione: «C’è in noi il desiderio sincero di essere liberati e, perciò, il pentimento sincero per i nostri peccati, la fiducia che il Signore può veramente perdonarci con la potenza di Dio conferita ai ministri del perdono, che può farmi davvero una persona nuova? C’è in noi il desiderio di mettere le nostre qualità a servizio dei fratelli e delle sorelle che incontriamo con un senso della responsabilità per gli altri che si radica nella carità del Signore e sradica l’indifferenza e l’egoismo?».

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La benedizione finale

L’invito al gesto di penitenza è semplice e alla portata di tutti. «Visitare almeno una persona alla quale cui si può andare a dire “Buona Pasqua”, come un segno di attenzione e a cui portare l’augurio con un sorriso».