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Intervista

Don Giorgi: «Non dimenticatevi del Libano»

Il sacerdote milanese impegnato in una parrocchia di Beirut racconta il travaglio del Paese alle prese con un milione di profughi: «Nella nostra comunità abbiamo accolto 150 persone: c’è paura, ma ci sono anche segni di speranza. La grandiosità di questa terra è la convivenza tra 18 etnie diverse. Per i cristiani la sfida è rimanere in questo contesto»

di Annamaria BRACCINI

23 Marzo 2026
Sfollati a Beirut (foto Ansa / Sir)

«Non dimenticateci». Si conclude così il dialogo con don Carlo Giorgi del Vicariato apostolico di Beirut, la Chiesa libanese di rito latino. Milanese di origine, già giornalista, grande conoscitore della realtà mediorientale, da molti anni don Giorgi fa parte della comunità neocatecumenale che gestisce diversi Seminari nel mondo, tra cui quello di Beirut che lui ha frequentato.

Qual è oggi la situazione in Libano? 
Israele ha occupato il sud, quella fascia di 15 chilometri situata sotto il fiume Litani, ordinando l’evacuazione. Adesso c’è un’invasione massiva anche di terra. I profughi sono già moltissimi: un milione, pari a un quinto della popolazione libanese. Un esodo riversatosi su Beirut, tanto grave da spingere il Governo a realizzare un piano per portare almeno una parte di questi profughi più a nord, verso Biblos e Tripoli, perché la capitale non riesce più a sopportare un tale peso.

Don Carlo Giorgi
Don Carlo Giorgi

Oltretutto negli anni scorsi il Libano ha già accolto 2 milioni di profughi siriani in fuga dalla guerra…
Certo. Adesso forse qualcuno è tornato in patria, ma sono numeri enormi: è come se l’Italia accogliesse 30 milioni di profughi. Senza contare che il Paese sta vivendo una profonda crisi economica, con stipendi bassi – specie quelli statali – per cui spesso bisogna fare due lavori per garantire il minimo indispensabile di sussistenza alla famiglia.

Lei è impegnato nella parrocchia San Giuseppe Amonot di Beirut. Come vi siete organizzati?
Questa guerra è scoppiata improvvisamente, ma ci siamo attivati subito perché, purtroppo o per fortuna, abbiamo esperienza. Già nella guerra del 2024 avevamo trasformato la nostra parrocchia in uno shelter, un rifugio, un punto di accoglienza per i profughi. Quando, dal giorno alla notte, ci siamo resi conto che arrivavano i profughi, immediatamente la parrocchia si è aperta all’accoglienza. In questo momento sono tante le paure, ma anche i segni di speranza, perché i parrocchiani si sono messi in gioco. Abbiamo 150 persone accolte, con 20 bimbi minori di 3 anni. Il nostro shelter diffonde un suono giocoso di bambini che corrono e giocano. Poi ci sono gli adulti, attraversati dall’ansia, dal fatto di non essere più a casa propria, dalla depressione di essere inattivi.    

Nel dicembre 2025 il primo viaggio apostolico di papa Leone XIV ha toccato anche il Libano. Che segno è stato per la gente?   
È stato importante e molto particolare, perché durante l’anno giubilare il Papa non si muove da Roma. Certo, si ricordavano i 1700 anni del Concilio di Nicea; quindi, la visita in Turchia aveva un significato evidentemente universale; ma la sosta da noi era davvero insperata e profetica. Lo slogan del viaggio era «Beati i costruttori di pace» e il Papa ha continuato a insistere sul fatto che la pace non si costruisce con la violenza. Ha invitato, come aveva fatto appena eletto, a disarmare i cuori, a disarmare gli arsenali e ha dato coraggio specie ai nostri giovani, a cui ha detto: «Voi potete cambiare il corso della storia se nel vostro cuore c’è Gesù Cristo, se rimanete nella Chiesa, se coltivate questa relazione». Io credo che quei semi daranno il loro frutto.

Perché si dice che il Libano è una “pietra dello scandalo” per il Medio Oriente?
Perché riusciamo a convivere con 18 realtà diverse per religione ed etnia. In Libano non c’è nessuna maggioranza. La cosa eccezionale è che tutte le componenti sono minoranze, quindi nessuno può prevaricare sugli altri. Questa è la grandiosità del Paese. Nonostante la guerra civile che ha ferito in profondità, oggi a scuola i ragazzi sono musulmani e cristiani, negli uffici si lavora insieme, ci sono tante famiglie miste. È un modello che fa paura, perché può essere esportabile: questo non può fare piacere a chi vuole la guerra. Odio chiama odio e chi non ha il Vangelo nel cuore, vorrà vendicarsi. Ci vuole uno scatto coraggioso verso la pace e la Chiesa può fare molto. La sfida per i cristiani è rimanere.

L’augurio migliore, quindi, è che non abbandoniate la terra libanese…
Sì. La Chiesa anche adesso sta mostrando il suo volto migliore: accoglie e consola. Se i cristiani rimangono in Medio Oriente c’è una voce – quella del Vangelo – che può dare speranza anche ad altri. Se diventassimo una minoranza insignificante, tutto diventerebbe molto più complicato.

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