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SOUL 2026, «Mistero, il canto del mondo»

Radio Marconi ospiti
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Milano

Dialogo interreligioso: quella soglia della morte dove continua la vita

Nell’anfiteatro del “Piccolo Teatro Spazio Melato”, si è svolto l'appuntamento dedicato al tema della morte della III edizione di “Soul Festival di Spiritualità”

di Annamaria BRACCINI

22 Marzo 2026
(Foto Andrea Cherchi)

Il mistero dei misteri, la morte. L’inizio di una vita nuova o la fine di tutto? Di certo, qualcosa che riguarda ogni uomo e ogni donna a qualsiasi religione, etnia, cultura, parte di mondo appartenga. Forse anche per questo, e per l’innegabile fascino del tema scelto legato appunto al mistero, l’appuntamento nell’anfiteatro del “Piccolo Teatro Spazio Melato”, gremito fino al quarto anello si direbbe in gergo calcistico, è stato il primo ad andare sold out (con oltre il doppio di prenotazioni rispetto ai posti disponibili) nel contesto della III edizione di “Soul Festival di Spiritualità”.

Un evento i cui curatori, tra cui don Luca Bressan che modera l’incontro, hanno voluto idealmente legato alla programmazione del “Piccolo” in cui sta andando in scena in questi giorni la tragedia dell’Antigone. «Se innanzi tempo ho da morire, io lo chiamo un vantaggio: per chi vive tra dolori infiniti, com’io vivo, perché la morte non sarebbe un bene? La tragedia di Antigone mostra con lucidità perché anche la nostra cultura nonostante le sue cosmesi tecnologiche non sia riuscita a eludere il confronto con il mistero della morte», dice, infatti, Bressan aprendo il dialogo tra il padre cappuccino Roberto Pasolini, il maestro buddhista Dario Doshin Girolami, il docente di teologia islamica Adnane Mokrani e il rabbino David Sciunnach.

Vita e morte

4 religioni a confronto per parlare di vita e di morte, come fa subito Girolami, monaco del buddhismo Soto-Zen del maestro Shunryu Suzuki-roshi che diceva: “Anche se muoio va bene, questo è Buddha. «Buddha non è soltanto un personaggio storico, ma è sinonimo e manifestazione della natura ultima», spiega il relatore. «Il problema è che noi siamo opachi rispetto a questo, mentre occorre realizzare che vita e morte sono la medesima cosa: tutto nasce e muore in ogni istante. Il buddhismo si basa sulla meditazione, la cui tecnica fondamentale è l’inspirazione e il respiro, nascita e morte. Si tratta di fare pace con questa realtà».  

(Foto Andrea Cherchi)

Mokrani, professore di studi islamici e di relazioni islamo-cristiane presso la Pontificia Università Gregoriana, primo teologo musulmano a insegnare in un Ateneo pontificio, chiosa. «La natura paradossale della morte è che fa parte della vita, ma la scelta umana di uccidere fa della morte un grande male, mentre la morte, come grazia e bene, è un cammino cosmico, inclusivo, un momento di passaggio e di transizione verso la pienezza della vita perché ci aiuta a pensare al limite: potrebbe essere la salvezza dalla nostra autosufficienza, ricordandoci che siamo piccoli. Tuttavia, questo non ci impedisce di condannare la morte, come scelta umana, quando esclude dalla vita unaltra persona».

La banalizzazione di oggi

«Oggi è diffusa la banalizzazione della morte, sollecita monsignor Bressan a cui risponde ravSciunnach, presidente del Tribunale Rabbinico del Centro Nord Italia, rabbino Capo di Ancona e Parma e assistente del Rabbino Capo di Milano. «La banalizzazione è semmai sulla vita, non sulla morte», scandisce. «Noi dobbiamo valorizzare la vita: la morte è come loscurità che ci fa vedere laluce e occorre considerare ogni momento della nostra esistenza come se fosse lultimo. Nella tradizione mistica ebraica esiste la metempsicosi, altrove non se ne parla, ma quello che dice la Torah è di dare valore alla vita, perché ogni persona è un mondo di idee, di speranze, di figli che potrebbero nascere. Dovremmo vedere la morte come qualcosa che ci stimola al bene, nel ritmo cosmico di creazione, vita e morte: se uno ha questa consapevolezza vive i suoi giorni in maniera più intensa, perché la qualità della vita non si misura dalla sua lunghezza ma dalla sua intensità».

(Foto Andrea Cherchi)

Per padre Pasolini, docente, predicatore della Casa Pontificia e saggista di grande successo, «si deve andare oltre la concettualizzazione di vita e di morte per legarle in una relazione. Le religioni non riescono ad annunciare niente del dopomorte se non recuperano la dimensione originaria del dissolvere la paura, ripristinando lo scenario in cui la vita continuerà a essere ricevuta come dono, per i cristiani, fino alla risurrezione. Quello che crea dolore è immaginare che siamo soli ed è per questo che, nella Scrittura, Dio ci parla: così la morte, da evento tragico, diviene il momento della ricezione della voce di Dio».

Il canto del mondo

Dal sottotitolo dell’edizione 2026 di “Soul”, “Il canto del mondo”, e dal significato stesso del canto nelle fedi, si avvia un secondo giro di domande.  

«Il canto è una forma di legame con il mondo spirituale e questo fa che ci sia una comunicazione diretta tra il mondo terreno e superiore, tanto che la maggioranza delle nostre preghiere sono cantate», spiega Sciunnach con Pasolini che aggiunge. «Il canto è il modo migliore per ricostruire una relazione, non a caso, tutta la creazione canta: si canta se si è contenti e per esprimeregratitudine. Noi siamo per Dio come una canzone che il Signore non smette mai di ascoltare».

(Foto Andrea Cherchi)

«Nella tradizione Sufi, la morte di un maestro può essere accompagnata da musiche e canti, ma per una madre che perde il figlio non cè canto. Dobbiamo avere la sensibilità di capire quale sia lo strumento più adatto per accompagnare una persona che vive un lutto», riflette Mokrani.

«Nel buddhismo ci sono canti per accompagnare lavvicinarsi della fine, il momento della morte e la celebrazione del funerale. Si invoca la presenza dello spirito della compassione per essere sostenuti con dolcezza in questo passaggio. La parola evoca il divino anche nella poesia come forma di canto, tanto che ogni primo dell’anno siamo invitati a scrivere la nostra poesia di morte che, anno dopo anno, diviene una poesia di vita».

La morte e il martirio

Dal filosofo Silvano Petrosino che, riprendendo Paul Ricoer, nota come la guerra metta in luce la nostra volontà di onnipotenza, e, dunque, una visione della morte in negativo mentre in Antigone questa stessa è una forma di testimonianza in positivo, il confronto si sposta sul concetto del martirio.  «Sono nato a Tunisi e cresciuto in Algeria», racconta il teologo musulmano, «davanti alle tombe dei monaci di Tibhirine – i 6 trappisti trucidati con il loro abate Christian de Chergé nel 1996 – ho recitato la nostra preghiera per la perdita di una persona cara. La morte può essere la fine del cammino di un testimone, ma il martirio, che può alle volte essere un fallimento, rimane unamemoria di condivisione del destino di un popolo come accaduto per i martiri di Algeria. Questa è lumanità nella sua dimensione divina che è anche la ragione della nostra presenza sulla terra».

«Nella tradizione ebraica il martirio non è cosa buona, proprio perché tutto è orientato sulla vita. Vi è solo un caso ricordato, quello di rabbi Akivà, martirizzato dai Romani per la sua predicazione della Torah. Tre sono i motivi per cui lebreo si deve fare uccidere: per non compiere un culto idolatrico, per non avere rapporti incestuosi illeciti, per sottrarsi allordine di uccidere qualcun altro», scandisce il rabbino.

(Foto Andrea Cherchi)

Il martirio è un concetto delicato che può essere strumentalizzato, suggerisce Pasolini. «La differenza tra luomo immaturo e quello maturo, è che il primo è pronto a morire per una nobile causa, mentre il secondo a vivere fino in fondo per essa. Il destino futuro delle religioni è darci tanta consapevolezza del Dio in noi da diventare davvero fratelli e sorelle, esseri viventi che non temono la morte perché hanno incontrato il donatore della vita che è Dio».

«Nel buddhismo non cè martirio», richiama Girolami che è stato anche cappellano carcerario nel carcere di San Francisco – città dove si è formato ed è divenuto monaco – e negli hospice. «A San Quentin in California, c’è il braccio della morte più grande del mondo occidentale e lì ho visto il martirio di chi ha percorso sentieri di riconciliazione ed è stato giustiziato e di chi, come Jarvis JayMasters, diventato buddhista, attende l’esecuzione da più di 20 anni, essendo stato accusato ingiustamente».

La parola dopo la morte

Alla fine torna la madre di tutte le domande su «quale sarà la parola dopo la morte».

«Quella che è scritta sulle tombe ebraiche: “La parola Shalom, paceche ha anche, nella sua radice etimologica, l’integrità, la pace che è solo di Dio».

«Il profeta Maometto dice, con una frase che è spesso sulle nostre tombe, che gli uomini sono distratti e quando muoiono aprono gli occhi».

«La parola – conclude il frate cappuccino – sarà canto nuovo e diverso in cui, immagino, che canteremo insieme con Dio un ritornello: “Che bello, dirà Dio, “Molto bello”, diremo noi finalmente contenti di quello che siamo riusciti a vivere insieme»