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SOUL 2026, «Mistero, il canto del mondo»

Radio Marconi ospiti
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Dibattito

SOUL, si può parlare di Dio senza annoiare?

Per il Festival di Spiritualità la Facoltà teologica ha ospitato una tavola rotonda con il teologo don Alberto Cozzi, il filosofo Elio Franzini e la saggista Teresa Bartolomei, moderati da monsignor Luca Bressan nel confronto sulla narrazione odierna del divino

di Annamaria BRACCINI

20 Marzo 2026
Da sinistra, Elio Franzini, don Alberto Cozzi e Teresa Bartolomei

«In un momento di grande trasformazione per la città, il tema del mistero conosce tante sfaccettature. Una delle dimensioni che non possiamo non toccare è Dio. Ma oggi Dio è un nome che annoia?». Parte da questo interrogativo – che dà anche il titolo all’incontro – il dialogo inserito nel ricchissimo palinsesto di SOUL Festival di Spiritualità, che per la prima volta approda presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale.

A confronto il teologo don Alberto Cozzi, la saggista Teresa Bartolomei e il filosofo Elio Franzini. Moderato dal Vicario episcopale monsignor Luca Bressan, l’evento diviene un interessante viaggio, guidato dal riferimento costante alla concezione di Dio, tra passato e presente.

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L’introduzione di monsignor Bressan

Perché Dio oggi annoia

«Non demonizziamo questa frase, chiediamoci a quali condizioni il nome di Dio annoia», spiega subito don Cozzi, docente in Facoltà di Teologia Sistematica – Trinitaria e Cristologia, che richiama alcuni brani tratti dalla Scrittura per disegnare tre livelli di tale “noia”: «Nel dramma dell’alleanza in cui Dio chiede un amore totale e dona tutto, può accadere che ci stanchiamo di lui. Ma la noia per Dio può derivare anche dal fatto che non capiamo il suo comportamento. Dio annoia quando non ci aiuta a comprendere il nesso tra ciò che viviamo e la realtà, quando rimane astratto e non aiuta ad abitare la vita».

In terzo luogo, quando si realizza una sorta di accidia nel rapporto con Dio, come si legge nel Libro del Siracide: «In una società diventata cinica, Dio infastidisce perché non è abbastanza attrattivo per comprendere i fini ultimi della vita. Perfino nell’esperienza biblica è possibile provare noia per il comportamento di Dio, non capire il fine, stancarsi».

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L’intervento di Elio Franzini

Un problema sociale e culturale

È poi la volta di Franzini, docente di Filosofia estetica all’Università degli Studi, di cui è stato Rettore: «Alcuni movimenti di perdita del senso di Dio si radicano una cinquantina di anni fa, negli anni Settanta. Nel 1977 il regista Robert Bresson firma un film bellissimo, Il diavolo probabilmente – espressione tratta dai Fratelli Karamazov -, in cui il protagonista è un giovane di poco più di 20 anni che ha già fatto molte esperienze e non sa più trovare un senso nella sua vita, nelle ideologie e nella cultura contemporanea». La fine è tragica ed è un po’ la parabola dell’oggi.

«Noi siamo stati abituati alle narrazioni lunghe, mentre ora, con i linguaggi che si frantumano e micro comunità che hanno la caratteristica di non comprendersi, è evidente che la dimensione del senso scompare. Quindi, non si tratta solo di un problema di fede, ma sociale e culturale, che viene in luce con il venire meno dei valori e la decadenza del senso».

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Una perdita, forse, non irrecuperabile: «Quello che ha ucciso il senso della narrazione, in cui siamo cresciuti, è il nascere di linguaggi tribali che permettono di rimanere in comunità chiuse. Il problema è, allora, come superare la noia, facendo uscire la grande dimensione della narrazione divina dalla favola raccontata, facendola tornare a qualcosa che urla e che spinge. Perde pregnanza un Dio che non riesce ad andare oltre i linguaggi dei social e un pensiero fine a se stesso. Eppure dico sempre che, mai come adesso, i giovani hanno un’istanza, un desiderio di metafisica. C’è una grande responsabilità di chi ha educato in questi anni: questo mondo ha bisogno di figure profetiche, che indichino delle strade essendo capaci di gesti simbolici. Il Dio che annoia è quello che non ha più la capacità di emozionare.

«È evidente che, per i giovanissimi, se il mondo parte da un tablet e non ha niente a che fare con la vita reale, anche Dio diventa qualcosa di incomprensibile, che non serve», chiosa Cozzi.

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L’intervento di Teresa Bartolomei

Un’esperienza di senso

Bartolomei riparte dalla frase del titolo dell’incontro che, ricorda Bressan, «è stata rubata al cardinale tedesco Walter Kasper».

«Gli ultimi decenni sono caratterizzati da un interesse rinnovato per l’idea di Dio – scandisce la saggista, docente all’Università Cattolica di Lisbona da cui è giunta appositamente -. Tuttavia, Dio non va pensato unicamente in una chiave teoretica – questo è il modello che è entrato in crisi -, ma nella dimensione della relazione e del linguaggio. Qui emerge una trascendenza che fa comprendere i nostri limiti, ma anche la promessa che è Dio per noi. Il modello antitetico è quello che si sta impadronendo della società, sempre più governata dalla tecnica e non dalla scienza, dove il senso è sostituito dalla potenza e dall’efficacia. In una realtà dove la verità non interessa e il senso regredisce, rimane solo l’immagine: una merce che si usa, si consuma e, alla fine, annoia».

Così è anche per l’idea di Dio, suggerisce la studiosa: «Il nuovo, che accelera il consumo a costo della verità, diventa il mantra del mercato, al posto di un senso che non viene a noia perché, al suo interno, siamo noi che ci rinnoviamo. In tale prospettiva Dio, immagine retorica, non può che annoiare. I valori sono plurali, importantissimi, ma Dio non è un valore, è un’esperienza di senso. Il problema è una società in cui gli interessi sono predominanti per la regressione di senso».

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Il pubblico presente alla Facoltà teologica

Insomma, «un Dio che annoia è quello di cui non si fa esperienza», osserva don Cozzi, a cui fa eco Franzini: «Cartesio diceva che il paradigma del peccato è la noia che non permette più di sentire le passioni dell’anima».

Infine, dopo un articolato richiamo all’Illuminismo «da cui è nata l’età della tecnica, che fa parte della nostra realtà e da non demonizzare come nemico storico di Dio, ma da studiare e ancora da comprendere pienamente», avverte il filosofo, c’è spazio anche per una sottolineatura del linguaggio della Chiesa: «In questo c’è senza dubbio un ritardo ed è un problema, ma attenzione a non banalizzare e ridicolizzare», concordano i relatori.