Sarebbe un vero peccato se il centenario di Michel de Certeau (17 maggio) passasse inosservato. Oggi, più che mai, la Chiesa ha bisogno di pensatori lucidi e profondi, capaci di interpretare il presente, di riconoscere le tracce di Dio nel quotidiano e di elaborare un linguaggio in grado di esprimere la fede. Paradossalmente, con il passare del tempo, il contributo di questo gesuita così poliedrico e fuori dagli schemi appare sempre più attuale.
A chi non lo conosce, è difficile offrire una sintesi del suo percorso, che si dirama in direzioni molteplici e si apre costantemente a nuove piste. Ma forse è proprio qui che risiede il segreto di de Certeau: dedito a erudite ricerche sulla mistica del XVII secolo e, contemporaneamente, impegnato nelle questioni politiche e sociali del suo tempo, fine interprete della stagione post-conciliare, esperto di psicoanalisi e studioso delle pratiche simboliche del mondo secolarizzato, non ha mai smesso di mettere in luce, in ogni ambito d’indagine, il principio vivificante di un’«alterazione» che destabilizza le istituzioni, le dottrine troppo rigide, tutto ciò che pretende di essere definitivamente acquisito e fissato in una formula.
Non si tratta né di una posizione agnostica, né di un esempio di quel relativismo da cui ci metteva in guardia papa Ratzinger. Al contrario, de Certeau insiste sul fatto che quanto spiazza o contraddice la nostra illusione di possedere la verità ha l’effetto benefico di rimetterci in cammino verso quel mondo e quel Dio che sono sempre più grandi di ogni nostra comprensione, ma che proprio così si fanno conoscere.
Per questo la presenza degli altri e di punti di vista diversi dal nostro è vitale. La società di oggi (anche quella ecclesiale) oscilla tra il finto irenismo del linguaggio politicamente corretto e la diffusa volontà di erigere muri invalicabili che separino in modo rigoroso noi e loro. Accettare l’altro (il vangelo dice: amare i propri nemici) significa, invece, prendere atto dei conflitti che ci oppongono e, al contempo, riconoscere che la posizione che non condivido mi costringe a cercare una verità ulteriore, più ricca e autentica, ad abbandonare i miei pregiudizi e a misurarmi con la realtà.
Assumere questa logica sarebbe prezioso anche in vista del ripensamento sinodale che la Chiesa di Francesco sta faticosamente portando avanti. Come ogni cristiano, scrive de Certeau, posso dire «mio Dio, sì, perché io gli appartengo, ma non più perché egli mi appartiene. Tanti altri sono suoi, eppure non sono come me: tanti altri senza i quali io non sarei con Dio e con i quali nondimeno non posso essere d’accordo».
Non perdiamo l’occasione di frequentare questi pensieri: di questi tempi, ne abbiamo un gran bisogno.



