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Editoriale

Non solo per bambini

Fede e speranza nascono dall’amore che sostiene e incoraggia, come mostra la bambina di Un’estate, metafora del servizio della Chiesa che guida verso il Padre con gioia

di Fabio LANDI

1 Luglio 2025
Don Fabio Landi

Generare alla fede significa sempre anche generare alla speranza. Entrambe, fede e speranza, crescono dove ci si scopre oggetto di un amore incondizionato che ci anticipa, ci sostiene e ci incoraggia. È l’esperienza di quanti, non avendo ricevuto il battesimo da piccoli, scelgono oggi di diventare cristiani.

Mi viene in mente un breve romanzo di Claire Keegan, in cui una bambina racconta l’estate trascorsa con i parenti materni a cui è stata affidata per qualche settimana. (Un’estate è il titolo in italiano; quello inglese è Foster, che indica sia l’affidamento che l’atto di incoraggiare la crescita).

I coniugi Kinsella sono senza figli, ma sono capaci di attenzioni premurose e garantiscono la quiete di cui la bambina ha bisogno. La casa dei genitori, al contrario, è luogo di continue tensioni, di difficoltà economiche, di una sistematica insofferenza per i numerosi figli che popolano la famiglia. Nella breve estate dai Kinsella, in attesa che la madre metta al mondo l’ennesimo fratellino, la bambina scopre la pacata bellezza di gesti semplici attraverso cui, forse per la prima volta, sente di essere amata.

Nel prosaico lavoro alla fattoria, Mr. Kinsella s’inventa un piccolo rito quotidiano: cronometra la bambina mentre corre a prendere la posta in fondo al viale e torna indietro. Di giorno in giorno bonariamente la incoraggia: «Vedrai che quando torni a casa corri come un cerbiatto. In tutta la parrocchia non ci sarà un uomo in grado di prenderti, senza una rete col manico bello lungo e una bicicletta».

Il ritorno a casa, invece, è un brutto risveglio: il padre ha bevuto, l’accoglienza delle sorelle è scontrosa e tutto lascia presagire una vita difficile. I Kinsella comunque ripartono, ma, quando sono al cancello, la bambina vince la timidezza e decide di raggiungerli per un ultimo saluto. Corre a perdifiato: una lunga corsa che termina tra le braccia dell’uomo che nelle settimane precedenti si è occupato di lei. Lo stringe forte, in silenzio, finché non vede arrivare il padre minaccioso. Neppure per un momento, però, pensa di lasciare la presa. Dà solo un piccolo segnale di allarme: «Papà, — lo chiamo per avvertirlo. — Papà». Il testo è volutamente ambiguo: la bambina avvisa che il padre si sta avvicinando, ma nella sua esclamazione risuona, ancora più accorato, il riconoscimento di una paternità diversa che solo l’amore può nominare.

Non è un’immagine commovente del servizio che la Chiesa può rendere all’umanità? Infondere la certezza dell’amore e incitare a correre, a farsi le gambe e il fiato, perché un giorno sia possibile, con spigliata sicurezza e gioiosa esultanza, volare incontro a quel Padre «dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome» (Ef 3,15). Non è cosa da bambini: è un miracolo a ogni età.