Nella proposta pastorale 2024-2025, l’Arcivescovo indica l’opportunità che nell’anno giubilare «ci sia un tempo, per esempio il mese di gennaio, non tanto per ulteriori riunioni e discussioni, ma per sospendere, per quanto è possibile, le attività ordinarie».
I ritmi frenetici non favoriscono uno sguardo sapiente sulla realtà e generano una stanchezza che non si accompagna alla soddisfazione per il lavoro fatto, ma allo scoraggiamento per un compito infinito e senza meta. Per questo, prima la tradizione biblica e poi quella ecclesiale, raccomandano «una sosta di riflessione, di considerazione riconoscente del cammino compiuto, anche per esercitare la libertà possibile rispetto alle scadenze e agli adempimenti imposti dal calendario».
Non è un invito al disimpegno, anzi. «Lasciate riposare la terra», l’accorato appello che l’Arcivescovo ha voluto riprendere e precisare nell’ultimo Discorso alla città, «non significa scegliere di assentarsi dalla storia o immaginare un periodo di semplice inerzia. Al contrario, si tratta di un esercizio fortemente attivo: chiede di raccogliere tutte le energie per evitare di continuare a fare quello che si è sempre fatto e riuscire a sospendere le abituali azioni per ascoltare e cogliere il grido di aiuto che si eleva dalla terra. La speranza nasce anche grazie alla (e in conseguenza della) assunzione di responsabilità individuali e collettive».
L’indicazione è preziosa: riposante non è il tempo in cui deponiamo le nostre responsabilità, ma il tempo nelle quali le assumiamo con maggiore consapevolezza. Ci sfinisce vivere con l’impressione che il nostro sforzo sia inutile e insensato: un peso posto sulle nostre spalle contro la nostra volontà e senza alcun frutto. Invece, quando sentiamo di essere davvero padroni delle nostre scelte e vediamo che il nostro lavoro contribuisce, anche solo un poco, a edificare un mondo migliore, allora, come dice il salmo, «cresce lungo il cammino il nostro vigore».
Sono convinzioni che, per fortuna, si stanno diffondendo. Ne parla per esempio Mario Calabresi nel suo ultimo libro, scritto in risposta al malessere di una generazione ansiosa, ma anche all’affaticamento che patiamo tutti. Descrive, a un certo punto, il monumentale affresco di Tiepolo nel palazzo di Würzburg: i continenti, la loro caotica e multiforme esuberanza, e, sopra, un vasto cielo, «pieno di ragazze che fluttuano con ali di farfalla: sono le ore. L’idea di dare un corpo a ogni ora del giorno è un modo per riempire il tempo di valore e riempire ogni ora della nostra giornata di significato». È un’immagine da conservare, non solo per questo mese: alleggerire la nostra vita e farla volare con ali di farfalla è possibile. Non svuotando il nostro tempo, ma riempiendolo nel modo giusto.



