Link: https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/il-presepe-tra-i-saraceni-e-gli-altri-infedeli-2864709.html
Radio Marconi ospiti
Share

Editoriale

Il presepe “tra i saraceni e gli altri infedeli”

Nel libro sul Natale di Greccio, Chiara Frugoni spiega che il presepe voluto da San Francesco d'Assisi nasce in un tempo segnato dalle guerre tra crociati e musulmani. Dopo l’incontro pacifico con il sultano al-Kāmil, Francesco propone una fede senza violenza né dispute, fondata su umiltà e fraternità. Anche il presepe di Greccio, con i suoi simboli, diventa così un forte messaggio di pace universale

di Fabio LANDI

1 Dicembre 2024
Don Fabio Landi

In un bel libro dedicato al Natale di Greccio, Chiara Frugoni spiega che il presepe che san Francesco, esattamente ottocento anni fa, fece allestire per celebrare la nascita di Gesù, deve essere compreso nel clima di guerra che segnava così profondamente la sua epoca. La guerra era, in particolare, quella che lacerava i Luoghi Santi, dove crociati e musulmani si scontravano in nome della fede.
Occorre ricordare che lo stesso Francesco, solo quattro anni prima, in Egitto, aveva incontrato il Sultano al-Kāmil in un dialogo pacifico e rispettoso. Una volta tornato, nella Regola non bollata, prescriveva ai suoi frati di andare «tra i saraceni e gli altri infedeli» senza fare «liti o dispute», ma rimanendo «soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio» (XVI). L’invito a professare la propria fede e a battezzare chi desiderasse farsi cristiano non solo non consentiva la violenza, ma neppure la controversia: soltanto l’umiltà dell’esempio e la testimonianza di una fraternità concreta.
Tornando al presepe, può stupire che il Poverello di Assisi, stando alla versione di Tommaso da Celano, abbia previsto il fieno, la mangiatoia, il bue e l’asino (che compaiono solo nei vangeli apocrifi), e non Maria, Giuseppe e il Bambino. In realtà, una diffusa tradizione liturgica già insegnava a riconoscere nell’Ostia consacrata il vero Cristo adagiato nella mangiatoia: quel nutrimento che, al posto del fieno, ci viene donato proprio a Betlemme, il cui nome significa «casa del pane». D’altra parte, l’autorità dei Padri della Chiesa interpretava il bue e l’asino come simbolo di ebrei e pagani: anch’essi siedono accanto a Colui che viene a portare pace al mondo. «Pax in terra hominibus bonæ voluntatis» è l’annuncio degli angeli che san Francesco non manca di citare nel vespero da lui composto per Natale.
Scrive sempre Tommaso da Celano che, predicando, a Greccio, pronunciava la parola Betlemme indugiando sulla prima sillaba, in modo da imitare il belato di una pecora. «Vi mando come pecore in mezzo ai lupi», ripeteva ai frati che andavano Oltremare. Non occorre conquistare con la spada ciò che, al contrario, si ottiene solo con la mansuetudine.
Così, l’infiammata predicazione del Santo, che rendeva visibilmente presente il neonato Gesù agli occhi di un commosso cavaliere del luogo, non può che essere un invito alla pace. Pace a Betlemme e a tutta la Terra Santa, perché pace nel cuore di chiunque nel più sperduto paese del mondo, persino a Greccio, sia disposto ad accogliere il Re della pace che nasce.