Nelle scorse settimane si è parlato molto della ricerca che La Scuola Cattolica, la rivista del seminario di Milano, ha dedicato alla diminuzione del clero nella nostra diocesi. Ne parla don Giuseppe Como anche in queste pagine e credo che se ne parlerà ancora. L’intento non è certo quello di deprimersi, ma quello di immaginare insieme la Chiesa dei prossimi decenni.
Tra i tanti spunti offerti dal dossier, mi colpisce la richiesta da parte dei laici di salvaguardare quelle occasioni di incontro con i preti che si concretizzano negli interstizi della vita parrocchiale, cioè nei momenti più informali e gratuiti. Questa esigenza, comprensibile e legittima, contrasta però con il moltiplicarsi degli impegni che gravano sulle spalle dei parroci, costretti a occuparsi di cose che prima erano distribuite tra un maggior numero di sacerdoti. Ne deriva un affanno cronico, l’impressione di essere sempre di corsa e sempre comunque in ritardo. Ma questa situazione oggettiva del presbiterio si inscrive dentro una fatica più generale che è propria della nostra epoca.
Tutti ci lamentiamo di non avere tempo, di dover fare troppe cose in una volta sola. L’accelerazione che colleghiamo al progresso tecnologico è in realtà prima ancora un fenomeno sociale e un modo di percepire il nostro vissuto. A scuola e nel lavoro eccelle chi riesce a conseguire un maggior numero di risultati nel minor tempo possibile. Nelle relazioni cerchiamo una visibilità che richiede reazioni tempestive: bisogna essere sempre presenti, sempre nel posto giusto al momento giusto. Il riconoscimento altrui non deriva da posizioni guadagnate con un lungo lavoro, ma da una prontezza che deve essere dimostrata sempre da capo. Avvertiamo la vita stessa come un susseguirsi di occasioni che non devono essere perse o, peggio, come una catena ininterrotta di problemi che devono essere affrontati.
All’aumento della velocità non corrisponde però un aumento della soddisfazione perché se nella corsa non si riesce a identificare una meta, lo sforzo rimane privo di senso. Il risultato è che ci sentiamo sottoposti a una pressione insostenibile, non solo per la moltiplicazione delle pretese e la diminuzione delle forze, ma sopratutto per il venir meno di un significato sufficientemente alto da giustificare il continuo sacrificio di noi stessi.
Il rapporto con il (poco) tempo mi sembra un fronte primario del ripensamento di ciò che il Vangelo ha da offrire al mondo di oggi. Più che mai gli uomini hanno bisogno di spazi e di tempi in cui poter essere inoperosi e trovare quella pace che custodisce il senso delle cose. La testimonianza del prete dovrebbe poter indicare a tutti lo stile di una vita non risucchiata nel vortice delle cose da fare. Ma le condizioni concrete perché questo sia possibile sono tutte da inventare.


