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Editoriale

Ripensare la vecchiaia e il ministero

“Presbitero” significa anziano: oggi il clero ha davvero un’età media avanzata, in una società che esalta la giovinezza e marginalizza la vecchiaia. Per i sacerdoti si apre così una doppia sfida: vivere l’ultima stagione come testimonianza feconda e ripensare il ministero. Il tema tocca l’intera Chiesa, come mostrano anche i diversi modi di affrontare la vecchiaia dei recenti papi, tra cui Papa Francesco

di Fabio LANDI

1 Agosto 2024
Don Fabio Landi

“Prete”, o in forma più estesa e solenne “presbitero”, traslittera il vocabolo greco che designa chi è più anziano. L’etimologia oggi sembra perfettamente calzante per descrivere un clero che ha un’età media decisamente avanzata. Dire “un vecchio prete” è in effetti un’espressione pleonastica, cioè una ripetizione. Ormai non solo dal punto di vista linguistico. Nell’immaginario comune ci si aspetta che il sacerdote sia anziano, al punto che, quando non corrisponde al cliché, ci si stupisce per la sua straordinaria giovinezza (pazienza se magari ha superato i 50 anni).
Naturalmente l’allungamento della vita e il complessivo miglioramento delle condizioni di salute hanno rivoluzionato la percezione che abbiamo delle diverse età. Non si tratta solo del fatto che il declino fisico e mentale cominci generalmente molto più tardi. Il vero cambiamento riguarda il nuovo significato che viene attribuito alle stagioni della vita. La giovinezza ha un prestigio e una forza di attrazione che oscura e toglie fascino all’età adulta. E la vecchiaia non è certamente più sinonimo di esperienza e di saggezza, ma di marginalità, come l’inutile sopravvivenza di un mondo superato: un impiccio più che una ricchezza.
In questo contesto, essere preti anziani chiede di affrontare una doppia sfida. Innanzitutto quella di custodire la qualità umana e spirituale dell’ultima età della vita. Come nelle pagine finali di un romanzo, si tratta di raccogliere il senso del tempo vissuto e non solo la prova del suo inesorabile esaurimento. Forse anche in questo passaggio così personale, il prete può continuare a essere un testimone rilevante per tutti, smentendo quella cultura dello scarto così frequentemente condannata da papa Francesco. Una seconda sfida riguarda la necessità di interpretare in modo nuovo il ministero che per ovvie ragioni non può più essere al centro della vita comunitaria, ma non per questo smette di essere significativo e perfino fecondo.
Su entrambi i fronti (ripensamento della vecchiaia, ripensamento del ministero), il prete non può essere lasciato da solo. Abitare questo scenario inedito alla luce della fede non è un compito soltanto biografico, ma epocale: riguarda l’intera Chiesa.
Può essere utile un esempio molto particolare. Il 13 marzo di dieci anni fa Bergoglio veniva eletto papa. Aveva 76 anni. Oggi 86. È difficile non rimanere ammirati per lo sforzo quotidiano di cui si dimostra capace e per la lucidità dei suoi interventi. Eppure, a ogni occasione, i giornalisti si/lo interrogano sulle sue possibili dimissioni. Al di là degli intenti più o meno scandalistici o faziosi, è giusto riconoscere che la nuova durata della vita pone questioni non banali, che superano il caso singolo. Di fatto, gli ultimi tre pontificati hanno mostrato tre modi molto diversi, ma ugualmente preziosi, di affrontare la vecchiaia. Sarebbe importante riprenderne gli insegnamenti e farli oggetto di una riflessione più allargata. D’altra parte, sul versante del ministero petrino, si affacciano molte domande: occorrerà a un certo punto prevedere che anche i papi vadano normalmente in pensione come fanno gli altri vescovi? Oppure dobbiamo immaginare una figura meno efficiente, luminosa proprio perché debole e inerme? Come cambia il ruolo del pontefice in un mondo in cui la vita si spegne lentamente in molti anni?