Giovanni Fattori nell’anno 1900 ha realizzato una grande opera a pastello di quasi un metro per due dal titolo “Incontro fatale”. Il soggetto è insolito: un drappello di soldati al galoppo incappa in una mandria di bovini al pascolo. La scena potrebbe essere comica se non si avesse l’impressione di assistere all’equivalente di un grave incidente automobilistico. L’imperizia, l’ebbrezza della velocità, la volontà ostinata di passare avanti, la convinzione di farcela: sappiamo che basta niente per fare un disastro irreparabile.
Anche nel quadro di Fattori tutto è sconvolto: i cavalli si sbilanciano, i corpi impattano, gli uomini si contorcono, qualcuno si dimena nel vano tentativo di arginare i danni, un altro viene disarcionato e finisce a terra. La composizione ha qualcosa delle grandi battaglie scolpite sui sarcofagi romani: stesso intrico di membra, stessa rovinosa accozzaglia, stessa concentrazione di destini. Ma là erano splendidi eroi, qui mandriani e sciagurati soldatini. Nello scontro animalesco, a essere fatale è l’ottusa bestialità umana.
Fattori non poteva immaginare in quell’anno quale sequenza di orrori il secolo appena iniziato avrebbe prodotto. D’altra parte non occorreva: la tragica stupidità della guerra è sempre uguale a se stessa, nei conflitti di ogni tempo e di ogni dimensione. Questo calpestarsi a vicenda nella brama di salvarsi o nell’illusione di guadagnare terreno ne è il riassunto.
A un anno dall’inizio del conflitto in Ucraina e di fronte alle infinite situazioni di ingiustizia e di povertà che avviliscono tante persone nel mondo, questi pensieri si affacciano alla mente in modo spontaneo. Il male, anche quello che ci infliggiamo reciprocamente nelle occasioni più quotidiane, non ottiene mai un reale guadagno, è sempre distruttivo e autodistruttivo, un vero sperpero per tutti. O, se si preferisce, corrisponde a una radicale incapacità di valutare fino in fondo il nostro bene, che, per essere davvero tale, deve essere condiviso.
Questo numero della rivista si occupa, tra le altre cose, di educazione finanziaria. Ma la teologia cristiana utilizza l’espressione “economia della salvezza” per riferirsi al disegno o alla strategia con cui Dio agisce nella storia al fine di condurre tutti gli uomini a una vita piena. Così la pedagogia divina continua a istruirci sul fatto che ci arricchiamo solo dentro una fraternità coltivata e che, viceversa, il nostro egoismo è antieconomico e produce perdite incalcolabili, per noi e per gli altri.
Imparare le regole spicciole di questa economia è urgente e necessario, se non vogliamo tutti finire travolti dagli effetti della nostra stessa stupidità.



