Chi insegna o ha quotidianamente a che fare con i ragazzi sa quanto sia mutata negli due decenni la sensibilità sul tema dell’amore omosessuale. Naturalmente non si tratta di una trasformazione omogenea né esclusivamente confinata all’età giovanile: il cambiamento è più complesso e trasversale, ma è comunque un dato di fatto che le nuove generazioni ragionino con categorie molto lontane da quelle che hanno caratterizzato il contesto nel quale si sono formati i loro genitori.
Questo scarto è per qualcuno un sospirato guadagno sul piano delle libertà e dei diritti. Altri vi vedono una stortura indotta da un forte condizionamento culturale e il segno di una fragilità che andrebbe arginata e accompagnata con modelli educativi più attenti.
Le due posizioni faticano a trovare punti di incontro e spesso, da entrambe le parti, ci si scandalizza: vuoi perché un giudizio sull’orientamento sessuale è avvertito come equiparabile a una discriminazione razziale; vuoi perché, sull’altro versante, l’abbandono dai paradigmi tradizionali è ritenuto un fattore che moltiplica le difficoltà nella costruzione di un’identità personale ordinata e di una convivenza civile che ha nella famiglia il suo nucleo fondamentale.
La semplificazione diffusa che, senza andare troppo per il sottile, individua nella società e nella Chiesa i due lati opposti della barricata produce evidenti contraccolpi, non solo sul piano delle idee, ma, in modo più grave, su quello del vissuto. Il risultato è che per i credenti l’argomento è diventato una specie di tabù che nelle comunità cristiane non si può nominare senza un certo imbarazzo.
Al contrario, sarebbe opportuno poter affrontare con maggiore serenità il discorso e l’impressione è che il profilo pastorale rappresenti un punto di partenza più proficuo, dove molte delle tensioni così vive sul fronte teorico in parte si allentano. La difficoltà a intendersi sull’interpretazione della sessualità umana non impedisce, infatti, la cura della Chiesa nell’accompagnare i percorsi personali. In questo servizio, la comunità cristiana «non fa preferenze di persone» ma accoglie chiunque intenda temere Dio e praticare la giustizia, «a qualunque popolo appartenga» (cfr. At 10,34-35).
Con questo desiderio un gruppo di credenti omosessuali anima mensilmente una celebrazione presso la chiesa di san Carlo al Lazzaretto a Milano. La scelta del luogo è suggestiva. Il Manzoni ricorda infatti che quella cappella «era, nella sua costruzione primitiva, aperta da tutti i lati, senz’altro sostegno che di pilastri e di colonne, una fabbrica, per dir così, traforata: […] di maniera che l’altare eretto nel centro, poteva esser veduto da ogni finestra delle stanze del recinto, e quasi da ogni punto del campo». Sembra il ritratto della Chiesa così fortemente voluta da papa Francesco: aperta, accessibile, essenziale, per mostrare Dio a tutti.



