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Editoriale

L’azzardo di cercare la pace e dell’idea folle di arare il mare

La pace non è una condizione scontata, ma un miracolo fragile da costruire ogni giorno con impegno e coraggio. Come suggeriscono l’immagine di Pablo Picasso e l’insegnamento di Desmond Tutu, nasce dal dialogo, dall’ascolto e dalla fiducia nella verità, anche verso i nemici. Costruirla, in ogni ambito della vita, significa credere che persino l’impossibile possa diventare realtà

di Fabio LANDI

15 Marzo 2024
Don Fabio Landi

Abbiamo a lungo pensato che la pace fosse una condizione ovvia, un presupposto sicuro a partire dal quale costruire. Il mondo biblico, che ben conosce la guerra, sa invece che la pace è un miracolo paragonabile a un giardino strappato al deserto o un campo salvato dalla violenza del mare. Occorre un lavoro costante per arginare su fronti opposti l’aridità della terra e l’impeto delle acque: la pace non è un luogo dove si possa stare con le mani in mano.

Ma la pace non è neppure un rifugio dorato. Anzi, è investimento, apertura, azzardo. Il sogno di un deserto che fiorisce e di un mare sul quale sia possibile coltivare. Così la immagina Picasso dipingendo la volta della piccola cappella di Vallauris: un cavallo alato trascina l’aratro in mare perché persino lì è giusto seminare e attendersi un raccolto.

Non ci sono terreni e non ci sono uomini che non possano diventare ulteriore ricchezza per la nostra vita. L’arcivescovo Desmond Tutu, che in Sudafrica ha presieduto la Commissione per la Verità e la Riconciliazione dopo gli anni di apartheid e che rappresenta una delle figure simbolo della “giustizia ristorativa”, amava ripetere che «se vuoi la pace non parli con gli amici, ma con i nemici».

Per questo occorre alimentare, anche all’interno della Chiesa, una cultura che creda nell’ascolto reciproco, nel dialogo e nella comprensione profonda del vissuto e delle ragioni dell’altro. Tutte cose possibili solo dove si nutre una piena fiducia nella forza liberante della verità. «Se aveste fede quanto un granellino di senapa», dice Gesù, «potreste dire a questo gelso: Sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe».

“Dire” e “ascoltare” sono i verbi che edificano la pace, che mettono le gambe a ciò che sembra inamovibile e inestirpabile. Gli alberi si spostano e prendono casa sopra l’abisso, trapiantandosi al posto delle nostre paure, dell’ansia di sprofondare, di essere inghiottiti e non venirne più fuori.

Il lavorio per la pace, a tutti i livelli, anche quelli domestici e familiari, non è un’opera di mantenimento e neppure solo di riparazione: è l’idea folle di arare il mare, di rendere possibile l’impossibile, di trasformare un mondo inospitale in un giardino. E ogni fiorellino che cresce non è un tassello che torna al proprio posto, qualcosa che smette di darci noia, ma un miracolo che commuove e una ragione in più per vivere.