Manuel Ferreira, attore argentino, classe 1964, accoglie con disarmante naturalezza chi lo intervista e racconta una verità che suona come una rinascita: «Ognuno dei giorni che sto vivendo l’ho rubato alla vita. Il mio destino biologico era di morire sei anni fa».
Dopo la laurea in Economia e il diploma all’Accademia teatrale Alejandra Boero di Buenos Aires, nei primi anni Novanta si trasferisce in Italia, dove diventa volto e autore della compagnia Alma Rosé. Oggi porta in scena la sua esperienza di malattia con Il vero uomo di sinistra, spettacolo che intreccia autobiografia e riflessione civile.
La malattia e l’impegno
Il suo “viaggio” nella sanità italiana inizia all’alba del 2020, poco prima del Covid. Dopo mesi di dolori e un estenuante pellegrinaggio tra i pronto soccorso, all’ospedale Niguarda gli viene diagnosticato un tumore. In quasi cinque anni affronta due interventi e perde prima un rene e poi il polmone destro. Da qui nasce il titolo dello spettacolo: con ironia, Ferreira gioca sul fatto che gli resti solo la parte sinistra del corpo. In scena, i suoi “organi di sinistra”, interpretati da attori non professionisti, lo proclamano “l’unico vero uomo di sinistra”, richiamando però una responsabilità concreta: difendere il diritto a una sanità pubblica efficiente per tutti.
Accanto al dolore, emerge il volto umano delle cure. Ferreira ricorda la notte in cui, febbricitante dopo l’operazione, chiede a un’infermiera stremata di non lasciarlo solo: lei non può fermarsi, ma resta. Un gesto semplice che diventa simbolo del bisogno universale di avere “una mano da stringere”. Determinanti sono anche altri incontri: la radiologa che gli comunica la diagnosi e che aveva conosciuto per caso poco prima; il primario che lo indirizza verso un’oncologa più empatica; la giovane dottoressa che si oppone all’équipe e ottiene per lui un secondo intervento, salvandogli la vita.
Più fortunato di altri
Ferreira si considera fortunato: più che a un sistema impeccabile, deve la salvezza a una catena di coincidenze e alla dedizione di singoli professionisti. Ma cosa accade a chi non incontra il medico giusto, a chi non sa orientarsi nella burocrazia o non riesce a farsi ascoltare? Lo spettacolo allarga così lo sguardo a una sanità pubblica che si regge sempre più sull’abnegazione di medici e infermieri, mentre il privato cresce privilegiando le prestazioni più redditizie. Il teatro diventa allora spazio di memoria e denuncia, un invito a non rassegnarsi e a tornare cittadini attivi nella difesa di un diritto fondamentale.



