Quale è il tempo che viviamo? Come trascorre la nostra vita? Occorre chiederselo, perché «il tempo che passa, e scorre quasi imprigionandoci, è un grande enigma». Un tempo che non è sempre uguale e non lo è per tutti. C’è, infatti, il tempo del fango, quello delle ferite dolorose, quello che è come un mercato e, poi, c’è il tempo della carezza, dell’avere cura degli altri come fece il Samaritano. Nella basilica di Santa Maria di Lourdes – come sempre gremita, anche presso la riproduzione fedele della grotta di Massabielle esterna alla chiesa, per l’11 febbraio, 34ma Giornata Mondiale del Malato nel 168esimo dell’apparizione della Madonna a santa Bernadette -, l’Arcivescovo si rivolge così ai molti fedeli che lo ascoltano. Prima di tutto i sofferenti, i volontari e i parenti che li assistono, i parrocchiani, tanta gente. Accanto a lui una decina di sacerdoti, tra cui il parroco don Maurizio Cuccolo, don Marco Cannavò, cappellano del vicino Ospedale dei Bambini “Vittore Buzzi”, don Luca Fontani, vicario parrocchiale e responsabile della Pastorale giovanile riunita nell’Unità pastorale Sempione, e altri presbiteri del Decanato.

«Questa è una parrocchia che si è costruita attorno alla coscienza di divenire sempre più casa fondata sulla roccia della fedeltà di Dio e di Maria – dice don Cuccolo nel suo saluto di benvenuto -. In questi anni anche io ho imparato da questa comunità il linguaggio della consolazione».
L’omelia dell’Arcivescovo
Un linguaggio che torna nelle parole dell’omelia dell’Arcivescovo: «C’è un tempo di fango, il tempo delle banalità volgari, dedicato ai discorsi cattivi, ai capricci umilianti; il tempo che non serve a niente e a nessuno, dedicato a mettere le mani nel torbido. Quando è passato il tempo di fango non restano altro che le mani sporche».
E, ancora – riflette monsignor Delpini -, «c’è il tempo fatto di carta vetrata che scorre nella mente e nell’anima, che striscia sulla pelle e la irrita, che la fa sanguinare. Il tempo dedicato a far soffrire, il tempo delle parole aggressive, della cattiveria che colpisce talvolta le persone più vicine, proprio perché sono vicine. Il tempo dell’indifferenza che mortifica chi si aspetta attenzione: quello che passa e ripassa sulle ferite e le rende più dolorose, come fosse una carta vetrata».

Infine, «il tempo-mercato che si misura in soldi, che si può vendere e comprare. Il tempo che vale denaro. Più ti do tempo, più devi darmi soldi. Il tempo perso, il denaro perduto; il tempo guadagnato, i soldi trovati. Il tempo-mercato mette fretta perché chi prima arriva meglio si accomoda. Il tempo mercato è quello che dice che chi più lavora più guadagna». Insomma, quello che conosciamo bene oggi, «della frenesia e dell’intraprendenza» che «quando è passato ti ritrovi con un po’ di soldi in più e con un po’ di vita in meno perché l’hai venduta», scandisce l’Arcivescovo che subito dopo fa, invece, l’elogio del «tempo carezza».
Il tempo carezza di Lourdes
«È il tempo che si dedica a un amico, una presenza desiderata, che versa olio sulle ferite e allevia il dolore. È il tempo che quando ti incontra sorride. Il tempo-carezza, quando è passato, accompagna come una rivelazione, come una buona ragione per aver stima dell’umanità e fiducia in Dio».
Il pensiero va al Messaggio per la Giornata scritto da papa Leone in riferimento al titolo «La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro». «La Giornata che stiamo celebrando è quindi l’occasione per considerare il nostro tempo guidati da Maria, la Madonna di Lourdes. Il mistero della visitazione della Beata Vergine Maria alla cugina Elisabetta è un esempio del tempo carezza, di un fermarsi per riconoscere il principio della gioia, per cantare il Magnificat».

Lo stesso tempo che si vive quando si va a Lourdes in pellegrinaggio: «Questa XXXIV Giornata mondiale del malato è l’occasione per fare l’elogio del tempo carezza e di quelli che si fermano per dare una mano, che trovano il tempo per andare a Lourdes e consentire a coloro che non possono andarci da soli di vivere giorni intensi di preghiera, di fraternità, di consolazione; di quelli che trovano nella vita di ogni giorno il tempo per rendersi conto delle lacrime e delle ferite che rendono triste la vita e fermarsi, versando olio sulle ferite, un poco di sorriso sulle lacrime, una promessa di beatitudine per gente disperata».
Al termine della celebrazione, monsignor Delpini, tenendo tra le mani il Santissimo Sacramento, percorre la navata centrale della Basilica portando la benedizione ai malati e, dall’altare maggiore, all’intera assemblea che intona il Tantum Ergo e il canto dell’Ave Maria tipico di Lourdes.




