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Sanità

Delpini al Sacco: «Come le cure palliative, ci siano anche gli affetti palliativi»

In occasione della XXXIV Giornata mondiale del malato, l'Arcivescovo ha visitato il reparto di Oncologia dell’Ospedale milanese, dialogando con il personale amministrativo e sanitario sulla necessità di una visione corale sulle domande esistenziali che la malattia pone

di Lorenzo GARBARINO

11 Febbraio 2026
Mons. Delpini con il personale dell'ospedale Sacco

Il dolore non colpisce solo i malati. Fa soffrire i parenti, i medici, gli infermieri e tutti coloro impegnati nella cura del paziente. Un lavoro corale, come sottolineato dall’Arcivescovo, mons. Mario Delpini, durante la visita nel reparto di Oncologia dell’Ospedale Sacco di Milano in occasione della XXXIV Giornata mondiale del malato.

Il dialogo è incentrato su quanto il percorso di cura coinvolga più livelli. A parlare con il vescovo è infatti tutto il personale amministrativo e sanitario, in un reparto dove, forse più di altri, le diagnosi gravi sono più frequenti. Dal confronto con i responsabili del Sacco emerge anche una buona notizia: il cancro è sempre più cronico, perché i pazienti sopravvivono più a lungo. Ma, anche se i progressi terapeutici e diagnostici hanno migliorato le cure, ciò non significa che il percorso si limiti alla dimensione clinica: ogni diagnosi oncologica produce ancora angoscia e disorientamento. Per questo, raccontano i medici, alla scienza devono affiancarsi la relazione e la capacità di rispondere alle domande esistenziali che la malattia inevitabilmente apre.

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Come si diventa quindi portatori di speranza quando essa viene meno? Più che risposte, bisogna cercare condivisioni secondo l’Arcivescovo: «Io penso che si possa suggerire, ogni persona deve sentirsi accompagnata e curata. Come esistono le cure palliative, devono trovare spazio anche gli affetti palliativi, veri modi di curare che non sono solo quelli dei farmaci. L’arte della cura è un coinvolgimento che sa testimoniare una speranza e praticare una relazione affettuosa e sincera».

L’Arcivescovo in dialogo con gli infermieri

Tra le domande poste all’Arcivescovo non mancano quelle di chi opera in prima linea negli ospedali, come gli infermieri. Giovanni Meli in particolare si interroga su come si possa continuare a svolgere con gioia questo lavoro, nonostante le retribuzioni basse e le prospettive limitate. «L’idea che gli ospedali pubblici – è la risposta di mons. Delpini – possano vantarsi di essere eccellenti mi pare un contributo al bene comune. L’ospedale non cura in base a reddito e assicurazioni. Oggi l’idea del pubblico è appannata da forme di prestigio mediatico di tante strutture, che della salute fanno sì un business legittimo, ma dobbiamo ricordarci che si tratta di un bene comune. E se mai si dovesse dire che è un disastro, sarebbe una sconfitta per la società. Certamente è un servizio, per tutti e prestigioso, che merita di essere valorizzato. Gli infermieri sono determinanti per la cura del malato, e a loro suggerirei di coltivare l’intensità delle amicizie, per costruire rapporti che si possano valorizzare sotto questo proposito: “Dai, ci impegneremo affinché sia il migliore del mondo”. Io proverei simpatia per una visione corale, e appassionata del bene comune».

Mons. Delpini con i pazienti dell’ospedale

L’angoscia non colpisce solo i pazienti, ma anche chi presta loro il proprio servizio. E quando il suo aiuto è limitato, l’Arcivescovo sottolinea come in molti siano colpiti da questo senso di inadeguatezza, come a voler far di più. Ma il suo appello è a ricordarsi come tutti siano umani. Ed è nostro dovere ricordare che non possiamo fare tutto, e far pace con questo limite è a sua volta una forma di saggezza. «Se accendi un cerino – ricorda mons. Delpini – quando c’è il sole neppure si vede. Ma se lo fai al buio attira l’attenzione. Se ho anche solo un’ora da destinare, e se hai acceso un sorriso, allora dovrai esserne contento, perché il Signore ne moltiplicherà il seme. Ogni persona infatti è già un compimento».

Non è comunque sempre facile passare dalle parole ai fatti, quando l’argomento è la salute. L’Arcivescovo infatti mette in guardia da quei momenti che possono sembrare come il fango, che, come acqua sporca che scorre tra le mani, non si riesce a trattenere. A cui seguono momenti che paiono invece carta vetrata, che scorrendo tra la pelle procura abrasioni, facendo soffrire i parenti e chi accanto prova ad alleviare queste sofferenze. «Ciò che serve – ricorda invece mons. Delpini – è che noi chiediamo la grazia di vivere il tempo della carezza». 

L’intervento integrale dell’incontro

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