Se siete di Milano e state ristrutturando casa, in sette casi su dieci gli operai che stanno lavorando per voi sono egiziani. A questo punto, provate a chiedere loro da quale zona precisa provengono. Rimarrete stupiti dalla coincidenza delle risposte: Fayum.
L’evoluzione del fenomeno
La concentrazione di operai edili dalla stessa area di un Paese di più di 110 milioni di persone non è ovviamente frutto del caso, o di una tradizione professionale ben radicata. Racconta l’evoluzione della tratta degli esseri umani in Italia. Negli ultimi 30 anni il fenomeno è stato raccontato nella sua accezione più esposta alla sfruttamento, cioè la prostituzione di strada; ma gli studi degli ultimi decenni hanno dimostrato come il fenomeno sia più articolato e globale rispetto a come lo conosciamo. I dati dell’Unodc raccontano come lo sfruttamento lavorativo abbia da tempo superato quello sessuale. La crescita della povertà estrema e le crisi politiche degli ultimi sei anni hanno acuito infatti la vulnerabilità delle persone, costrette a spostarsi soprattutto nei Paesi limitrofi.
Tra le principali finalità della tratta restano saldamente al comando i matrimoni forzati, che riguardano ancora 12 milioni di bambine. Non è un caso che circa un terzo delle vittime siano minori: più sono piccoli, meno possibilità hanno di emanciparsi da questa forma moderna di schiavitù, e si possono pagare ancora meno rispetto agli adulti.
«I dati purtroppo sono in parte una stima – spiega la giornalista Anna Pozzi, intervenuta oggi al convegno «La lunga strada verso la libertà», tenutosi al Centro Pime di Milano in occasione della Giornata mondiale contro la tratta di esseri umani -, proprio perché riguardano aree già grigie che coinvolgono lo sfruttamento e si alimentano con l’indifferenza. Un esempio è la frana nella miniera di coltan di Rubaya, nella Repubblica Democratica del Congo, avvenuta la scorsa settimana, che ha ucciso 200 operai. La maggior parte erano proprio questi ragazzini».
Prostituzione, dalla strada all’indoor
Come già accennato, in Italia il fenomeno più conosciuto riguarda la prostituzione. Questa tratta negli anni ha riguardato soprattutto 23 mila donne di nazionalità nigeriana, giunte nel Paese dal 2016 a oggi. Oggi i dati dimostrano che le provenienze da questo Paese sono precipitate. Il fenomeno non si è però arrestato, è cambiata solo la nazionalità. Negli ultimi anni sono aumentate le donne provenienti dalla Costa d’Avorio, perché non serve il visto per passare in Tunisia, da cui poi vengono successivamente deportate in Italia.
Un altro fattore che è cambiato è la modalità con cui vengono sfruttate queste persone. Dopo la pandemia e grazie a internet, la prostituzione si è spostata dalle strade agli appartamenti. In questo modo, l’illegalità è più nascosta e discreta, e meno visibile agli occhi delle autorità. senza contare la maggior facilità di controllo delle donne, poste in isolamento totale. «Solo i numeri della nostra unità di strada Avenida – racconta Nadia Folli di Caritas Ambrosiana – ci parlano di 150 donne incontrate e 600 contatti sulla strada, 15 anni fa erano il doppio. Sono scomparse solo dai nostri radar, non dallo sfruttamento».

«Ascoltare chi ha subito questa schiavitù è fondamentale per poter lasciare un seme del cambiamento – sottolinea Blessing Okoedion, sopravvissuta allo sfruttamento sessuale e oggi fondatrice e presidente dell’associazione Weavers of Hope, “eroina” contro la tratta del Dipartimento di Stato Usa -. Se vai nel mio Paese a chiedere cosa sia la tratta, i giovani ti indicano le ragazze che considerano poche di buono. Bisogna invece chiamarla col suo vero nome, perché non puoi realizzare di cosa si tratti veramente. Quello che ho vissuto non lo auguro neppure al mio peggior nemico, perché le persone vengono ridotte a un oggetto, umiliate, abusate e messe sulla strada. Oggi è inverno, e ci copriamo per non ammalarci. Ebbene, queste vittime non lo possono fare. Cosa indossano lo decide lo sfruttatore, perché in mezzo alla strada devono essere esposte, per essere rese più appetibili».
La schiavitù delle prigioni libiche
Il percorso di Yusuphe Djatta, oggi membro dello staff di terra di ResQ-People Saving People, è simile invece a quello raccontato nel film di Matteo Garrone Io capitano. Dal Gambia era fuggito a causa delle persecuzioni politiche, e dopo settimane tra Senegal, Mali, Burkina Faso e Niger, era riuscito a trovare un camion per attraversare il deserto fino alla Libia. «Quando abbiamo finito l’acqua, ci è stata offerta una tanica mescolata con la benzina che il conducente teneva di riserva: una volta in Libia, ci ha venduto a trafficanti di esseri umani che hanno cominciato a picchiarci, dicendo che avremmo dovuto pagargli 1500 euro. A noi persone di colore ci chiamavano hayawan, che in arabo significa animali».
Djatta è uscito di prigione solo perché un’altra persona aveva “acquistato” il suo debito, ma poco tempo dopo è ritornato in una nuova prigione a Tripoli. Da lì, nei primi giorni del 2015 è riuscito a imbarcarsi per l’Italia, dove è rimasto tre giorni alla deriva, in balia della marea. «Quando sono arrivate le Ong a salvarci, avevo paura che ci mandassero indietro in quell’inferno. A chi ci chiede come mai dalla Libia non si prova a tornare indietro, racconto che spesso vieni abbandonato nel deserto a morire. Tra le due morti, tentare il viaggio in mare è la soluzione purtroppo migliore».

Il sistema egiziano
A distinguere la storia di Mahmoud Ahmed Maher Sherif – che oggi lavora come sindacalista per la Filca Cisl della Lombardia proprio per aiutare chi come lui ha avuto lo stesso destino – è solo il percorso. Lui è uno dei tanti ragazzi egiziani, proprio di Fayum, che dal loro Paese partono per l’Italia per cercare di migliorare la propria esistenza. Quando ha deciso di partire aveva 17 anni, l’ultimo anno prima della maggiore età per poter ottenere il permesso di soggiorno per lavorare. Per 7 mila euro ha trovato una persona che gli organizzasse un viaggio, che costeggiando il Mediterraneo lo avrebbe fatto arrivare in Italia, tramite la Rotta balcanica. «Doveva essere tutto in auto, ma invece è stato quasi tutto a piedi: per quasi 7 mesi ho attraversato senza cibo più di 10 confini. Tra Turchia e Grecia sono stato respinto cinque volte, e devo ringraziare solo un poliziotto se un suo collega non mi ha sparato».

Una volta arrivato a Milano, da minorenne e con un permesso di soggiorno, il suo primo impiego è stato nell’edilizia, prima cartongessista e poi caposquadra. Parte del suo stipendio era però decurtato per restituire il debito del viaggio, che durante le varie tappe era salito fino a 18 mila euro. «Tutti questi problemi mi avevano indotto a consigliare a mio fratello di passare dalla Libia. Dal novembre del 2024 non sappiamo però più nulla di lui; una persona dalla Libia mi ha truffato dicendo che poteva aiutarmi a farlo partire, ma erano tutte bugie. Ma avrei speso qualunque cifra e scelto ogni possibilità pur di aiutarlo».



