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Pensieri giubilari/4

Carcere: è stato gettato un seme

Nella quarta riflessione i Cappellani lombardi, a Giubileo appena concluso, si chiedono se questo evento abbia lasciato un segno nella vita di ciascuno di noi, delle nostre comunità e dei detenuti

20 Gennaio 2026

dei CAPPELLANI DELLE CARCERI DI LOMBARDIA

È terminato l’Anno Santo della Speranza.  Ultima celebrazione ufficiale, il 14 dicembre, è stata quella del Giubileo dei detenuti. Erano presenti a Roma migliaia di persone, provenienti da diverse parti del mondo, legate alla realtà del carcere: qualche detenuto (per forza maggiore pochi), parenti, appartenenti all’amministrazione carceraria e alla polizia penitenziaria, cappellani e volontari. Un anno che, nei limiti del possibile, ha visto diverse iniziative. Un anno di grazia accompagnati dalla speranza che i cristiani, insieme a ogni uomo e donna, si impegnino per costruire un mondo migliore e superare le divisioni attraverso il dialogo e il rispetto di tutti.

Cosa rimarrà di questo Giubileo, in che misura ha cambiato qualcosa nella vita di ciascuno di noi e delle nostre comunità, lasciamo che sia il tempo a dirlo. Per molti detenuti, che avevano una aspettativa ben precisa, è stata una delusione. Aver associato il Giubileo a un gesto di clemenza, sicuri che la parola del Papa avesse il potere di convincere i governanti, accorgendosi però che ogni strada era irrimediabilmente chiusa, li ha esposti all’amarezza e allo sconforto. Motivi per sperare ne avevano, in tanti hanno chiesto una qualche forma di clemenza, anche un piccolo segno ma che esprimesse un po’ di attenzione e di misericordia verso di loro.

Papa Francesco, lo abbiamo già ricordato, nel documento di indizione dell’Anno Santo lo chiese con forza e chiarezza. Appello ripreso dai vescovi lombardi nello scorso mese di dicembre: «Continuiamo a chiedere un gesto di clemenza da parte dello Stato, per sfoltire le carceri dall’eccessivo numero di persone detenute e permettere di ripartire con nuova attenzione al trattamento e alla qualità delle condizioni umane». Le parole di Papa Francesco erano rivolte ai governanti di tutto il mondo: in Italia non sono state ascoltate. Non saprei dire se in altre Nazioni del mondo lo sono state e in che misura. Da noi in molti pensano che la clemenza sia un fallimento, provvedimento che esprime la resa dello Stato, l’incapacità di garantire la giustizia, uno Stato che deve invece salvaguardare a tutti i costi la sicurezza del cittadino, la certezza della pena, la determinazione nel punire chi ha sbagliato. Tutte cose giuste, ci mancherebbe.

Ci si può chiedere però quale sia il modo migliore per garantire tutto questo, se non ci siano altre strade migliori per raggiungerlo, nel rispetto e nella promozione della dignità di ogni uomo, anche di chi ha sbagliato. Il vescovo di Milano, Mario Delpini, così scrisse nel messaggio ai partecipanti al Convegno sui temi della giustizia che si tenne a Bergamo nel mese di ottobre dello scorso anno: «A me sembra che il sistema carcerario sia un contenitore di un enorme dolore, di una straziante situazione, di un contesto di violenza, di storie insopportabili… Mi sembra che l’esortazione a procedere a ritocchi del regolamento carcerario, alla costruzione di nuove strutture carcerarie sia un modo di eludere il problema». Non so se sia l’incapacità a immaginare nuovi percorsi, o una questione di mancanza di coraggio, paura di perdere buona parte dell’elettorato, oppure semplicemente si ritiene che tutto sommato il modello attuale, nonostante i fallimenti, sia quello giusto.

Contenitore di un enorme dolore

La semplice privazione della libertà è sofferenza, vuol dire togliere una delle alte e irrinunciabili aspettative dell’uomo. Ma le carceri non sono solo il luogo dove chi ha sbagliato viene privato della libertà, arrestato e chiuso in una cella. Ha meritato quel modo di espiare la pena, non l’ha meritato: difficile dirlo. Non sarà solo lui a soffrire però: moglie, figli, parenti coinvolti nel dolore, nel senso di vergogna, dovranno sperimentare la solitudine, la fatica di procurarsi il necessario per vivere. Pagano anche loro un prezzo molto alto eppure non hanno sbagliato. Il carcere aggiunge tante altre sofferenze che non dovrebbero esserci: se abbiamo 17.500 detenuti in più, con Istituti che hanno più del doppio di presenze rispetto ai posti disponibili, la qualità della vita peggiora.

Il sovraffollamento e le conseguenti condizioni degradanti in cui sono sottoposti i detenuti ha portato l’Italia a una condanna da parte della Corte europea dei diritti umani, con la sentenza Torreggiani, nel 2013 (divieto di tortura e di trattamento inumano o degradante). Gli spazi non sono sufficienti, essere troppi in cella genera tensione e litigi, diventa ancora più difficile partecipare alle varie iniziative che il carcere propone; gli educatori che hanno un ruolo fondamentale ma che sono pochi, si ritrovano un carico di lavoro sempre più pesante. La piaga dei suicidi, 91 nel 2024 e 80 lo scorso anno. Sentiamo spesso dire che le carceri sono ormai diventate una «discarica dell’umanità», per l’alto numero di persone fragili rinchiuse: dipendenti da droga, alcol e gioco d’azzardo, malati psichiatrici, persone colpite da gravi disagi che hanno favorito l’esecuzione dei reati. Non è bella l’espressione discarica dell’umanità: mi sembra di mancare di rispetto a questi fratelli, un’ulteriore violenza compiuta su di loro. Rimane però il fatto che queste persone dovrebbero ricevere ben altro dalla società e che il carcere non è il luogo dove dovrebbero stare.

Nel discorso alla città, in occasione della festa di Sant’Ambrogio, l’arcivescovo di Milano pronunciò queste parole: «Le condizioni di squallore, di degrado e di violenza non facilitano il riconoscimento del male compiuto. Piuttosto suscitano rabbia, risentimento, umiliazioni. Si può prevedere che persone così maltrattate in carcere saranno persone più pericolose fuori dal carcere: hanno imparato a odiare le istituzioni piuttosto che ad assumere la responsabilità di essere cittadini onesti». Se proprio il carcere è oggi il luogo principale per scontare la pena, ma potrebbe non esserlo, che sia almeno un luogo dignitoso, dove non ci sia trattamento inumano e degradante, dove sono troppe le privazioni e le sofferenze che, con un pizzico di buona volontà, potrebbero essere risparmiate.

Nonostante questa difficile situazione delle carceri l’anno appena trascorso, l’Anno Santo, ha saputo risvegliare le coscienze e offrire un po’ di speranza a chi è rinchiuso. È come aver gettato un seme, piccolo e all’apparenza insignificante, ma se coltivato con pazienza e tenacia può portare frutti buoni. I detenuti si sono sentiti meno soli. Dopo una situazione di troppo silenzio, ora si parla, si scrive sui giornali, non mancano servizi televisivi, il mondo del carcere non è del tutto dimenticato, si fa strada una conoscenza sempre più diffusa, anche se è vero che occorra compiere ancora tanta strada. Si è rafforzato il rapporto tra la società civile e il mondo del carcere, la consapevolezza che non sia un corpo estraneo, che la situazione delle carceri rifletta il grado di civiltà di una nazione, e che pensare di lasciare sostanzialmente le cose come stanno, con aggiustamenti di poco conto, voglia dire rimanere ancorati a un passato senza un indispensabile sguardo al futuro e senza idee capaci di un vero cambiamento positivo. 

I vescovi lombardi hanno espresso la disponibilità a nome delle comunità cristiane a fare la loro parte per cammini di rinascita e per offrire nuove opportunità di vita: «Ci impegniamo attraverso i nostri canali e le nostre comunità a diffondere una cultura della legalità, dove ognuno sia chiamato a prendersi le proprie responsabilità e a intraprendere percorsi di riparazione per i propri sbagli e dove il carcere sia soltanto il punto di arrivo estremo di politiche di educazione e di prevenzione».                                                                                                   

Infine ricordiamo la ricchezza di contenuti dell’omelia di papa Leone in occasione del Giubileo delle carceri. Scegliamo solo un passaggio che esprime bene però la speranza capace di sostenere chi è nella prova, l’auspicio per un cambio culturale, per un modo di pensare, anche dei cristiani, più umano, compassionevole, privo di pregiudizi e condanne, un modo evangelico di accostarci al fratello detenuto: «Sono molti, infatti, a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione. Quando però si custodiscono, pur in condizioni difficili, la bellezza dei sentimenti, la sensibilità, l’attenzione ai bisogni degli altri, il rispetto, la capacità di misericordia e di perdono, allora dal terreno duro della sofferenza e del peccato sbocciano fiori meravigliosi e anche tra le mura delle prigioni maturano gesti, progetti e incontri unici nella loro umanità».

L’anno santo non ha visto la concessione di gesti clemenza, ma tanti altri semi di speranza, di giustizia e di conoscenza sono stati gettati: ora vanno coltivati da parte di tutti, anche dei detenuti, affinché possa sbocciare e realizzarsi nella concretezza un modo nuovo, umano e compassionevole, sempre nel rispetto della giustizia, di pensare a un modello di sistema penitenziario. 

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