L’omicidio del giovane studente di La Spezia da parte di un compagno di scuola, se da una parte non finisce di inquietare e di suscitare interrogativi, dall’altra spinge alcuni a invocare maggiore repressione verso il crimine. Ne abbiamo parlato con il sociologo Maurizio Ambrosini, ordinario di Sociologia delle Migrazioni presso l’Università degli Studi di Milano.
Professore, l’episodio avvenuto a La Spezia ha riacceso il timore di una società sempre più violenta. È davvero così?
Non sono sicuro che la società di oggi sia più violenta. Se guardiamo ai dati, per esempio, il numero degli omicidi in Italia è circa un quarto rispetto a trent’anni fa: oggi siamo sotto i 300 l’anno, allora erano circa 1.200. Anche le rapine a mano armata, nelle banche o in farmacia, un tempo molto diffuse, oggi sono fortemente diminuite. A Milano, per esempio, i dati della Prefettura mostrano una diminuzione dei reati nel 2024 rispetto al 2023 di circa il 17-18%, un dato piuttosto significativo.

Da dove nasce allora questa forte preoccupazione sociale?
Siamo diventati più sensibili alla violenza, ci fa più impressione. Credo che trent’anni fa un fatto come quello di La Spezia non avrebbe suscitato un’emozione così forte. Se vogliamo, questo è un dato da leggere in positivo: credo che proprio il fatto che ci sia meno violenza, rende la società più sensibile e meno disposta a tollerarla.
C’è però la percezione che oggi la violenza colpisca più spesso tra i giovani, e spesso anche per motivi apparentemente futili, come in questo caso la gelosia. È così?
Non sono sicuro che in passato non esistessero risse violente tra giovani. Non c’erano i social, a veicolarle e ad amplificarle, questo sì, ma gruppi di ragazzi che si affrontavano in modo anche sanguinoso c’erano eccome. Negli anni Settanta, per esempio, la violenza politica era un modo di incanalare e giustificare l’aggressività: gli scontri tra estremisti di destra e di sinistra erano frequenti nelle grandi città. La violenza c’era comunque, solo che si ammantava di motivazioni politiche. Il fatto è che, come dicevo, oggi siamo giustamente meno disposti a tollerare la violenza. Anche se, va detto, altre forme di violenza – penso per esempio al razzismo – spesso non suscitano lo stesso orrore.
Dopo i fatti di La Spezia si è tornati a parlare del fenomeno dei cosiddetti “maranza”, invocando risposte repressive. Quanto sono efficaci?
La proposta dei metal detector nelle scuole, di cui ho letto oggi, è un esempio di ricerca di soluzioni semplici a problemi complessi. Al di là dei costi, servirebbe personale, manutenzione, si creerebbero file agli ingressi degli istituti. Lo stesso vale per l’inasprimento delle pene: le pene per violenza, porto d’armi e ferimenti esistono già. Non credo che la minaccia di sanzioni più severe avrebbe fermato l’assassino di La Spezia. In questi casi entrano in gioco emozioni molto forti.
Quali?
Viviamo in una realtà di crescenti disuguaglianze. In una città come Milano abbiamo un milionario ogni 12 abitanti – il dato è uscito in questi giorni -, però abbiamo anche delle periferie degradate. I ragazzi di origine immigrata spesso non hanno scelto di emigrare: arrivano al seguito dei genitori e, anche quando nascono qui, crescono in quartieri popolari, in case povere e spesso sovraffollate, in contesti deprivati. La nostra società non se ne fa carico abbastanza. Molti reagiscono positivamente, cercando di farsi strada studiando. I dati sull’istruzione mostrano alcuni significativi miglioramenti: diminuiscono bocciature e abbandoni, aumentano i ragazzi figli di migranti che frequentano i licei e arrivano all’università. Ma c’è una fascia che rimane indietro: giovani che non studiano, non lavorano e non sono in formazione.
I famosi Neet… E questi ragazzi cosa fanno?
Spesso non accettano più i lavori umili dei genitori, ma, avendo avuto percorsi scolastici accidentati, faticano ad accedere a lavori qualificati, quelli che permetterebbero loro di partecipare ai consumi simbolici dell’integrazione: vestiti, scarpe, profumi, una moto. Le aspirazioni sono le stesse di tutti i giovani, ma non tutti hanno gli strumenti per realizzarle. Bisogna dire che i loro genitori si fanno in quattro per garantire loro le stesse cose che hanno i loro compagni, ma arrivano fin dove possono. Così finiscono per compiere degli illeciti.
Quale strada vede per migliorare sicurezza e convivenza?
Se investissimo meno nei centri in Albania e di più nel migliorare le condizioni delle periferie – sport, aggregazione, sostegno alle attività degli oratori – otterremmo risultati migliori, anche in termini di sicurezza. Più ragazzi che vanno a scuola, che sono seguiti nel pomeriggio, che fanno sport e attività insieme ai loro coetanei, significa meno marginalità, meno infelicità e anche meno aggressività.
Quando si fanno questi discorsi si viene spesso accusati di “buonismo”. Cosa rispondere?
Io credo che la polizia e la sicurezza siano necessarie, ma rispondono al sintomo, non alle cause. Punire soddisfa un istinto quasi vendicativo, che si manifesta in modo ancora più feroce quando si tratta di stranieri. Curare le cause significa investire nel sociale. Se questo è buonismo, allora è lo stesso “buonismo” che ha reso l’Europa un continente complessivamente più sicuro e vivibile di molti altri posti. Gli Stati Uniti hanno più polizia, ma anche più carcerazione e molti più omicidi di noi.



