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Emergenza

Freddo, a Milano nel 2026 morti già tre senza dimora

Alessandro Pezzoni (Caritas Ambrosiana) racconta che le strutture previste dal Piano comunale non sono adatte per chi ha problemi di dipendenze o salute mentale. E i censimenti notturni raccontano solo una parte del fenomeno

di Lorenzo GARBARINO

19 Gennaio 2026

L’anno è cominciato da soli 19 giorni, ma a Milano sono già decedute tre persone senza dimora. Il primo decesso è avvenuto il 5 gennaio, quando un uomo di 34 anni è morto per ipotermia. Lo seguirà tre giorni dopo un 55enne originario dello Sri Lanka, a causa di un malore. L’ultima segnalazione è dello scorso venerdì: un’uomo di quarant’anni, trovato tra alcune auto parcheggiate in via Padova, senza scarpe e documenti. Anche lui deceduto per ipotermia. 

Come ogni anno, per prevenire i decessi nei mesi più freddi dell’anno è stato attivato dal Comune di Milano il Piano Freddo, che in questa stagione ha già accolto più di 500 persone nelle sue 11 strutture di accoglienza preposte in merito. Alessandro Pezzoni, responsabile dell’area grave emarginazione di Caritas Ambrosiana, ricorda però come, più che raggiungere chi ha deciso di non farsi aiutare o non trova risposte negli aiuti offerti, un problema non da poco è chi ha problemi di dipendenza o salute mentale. «Il Piano Freddo – spiega Pezzoni – offre risposte sui grandi numeri, dato che una volta avviato l’iter di richiesta, il posto si trova. Il principale limite delle 11 strutture attive è che sono organizzate come dormitori collettivi, difficilmente praticabili per chi ha dipendenze o disturbi psichici gravi, spesso in compresenza. In questi casi non si tratta di una “scelta della strada”, ma di una condizione di incompatibilità». Chi soffre di questi disturbi, inoltre, non è avvicinato per strada, ma deve presentarsi volontariamente agli sportelli dei servizi dedicati.

Quantificare quante persone restino escluse da questi percorsi è praticamente impossibile oggi. Gli ultimi dati disponibili derivano dai censimenti notturni, che fotografano le persone visibili in strada e quelle presenti nelle strutture di prima accoglienza. «Sono una fotografia parziale di una notte – osserva Pezzoni – e ne sottostimano il fenomeno. Aree come il boschetto di Rogoredo, per esempio, ospitano stabilmente decine di persone che non sempre rientrano nelle rilevazioni ufficiali. Parlare di circa 600 persone in strada in una notte, a Milano, non è una stima realistica».

Un ulteriore elemento critico riguarda le donne senza dimora. I numeri ufficiali le indicano come una minoranza, ma secondo Pezzoni il dato è fuorviante. In altri Paesi, come la Gran Bretagna, includendo anche chi non dorme stabilmente in strada, ma si sposta per motivi di sicurezza, il numero cresce sensibilmente:«Molte donne evitano di fermarsi in un luogo fisso: passano la notte muovendosi, rifugiandosi temporaneamente in stazioni, locali aperti o spazi di passaggio», spiega il responsabile.