La tragedia dell’incendio avvenuto in Svizzera la notte di Capodanno ha colpito profondamente anche la nostra Chiesa ambrosiana. Tra le vittime ci sono due giovani delle nostre comunità e alcuni ragazzi italiani sopravvissuti sono stati trasferiti e ricoverati al Centro Ustioni dell’Ospedale Niguarda di Milano, insieme ai loro familiari.
In questi giorni, tornando più volte in reparto, ho incontrato alcuni di questi ragazzi e i loro genitori. I volti restano impressi, così come i racconti che emergono poco alla volta. Parole dette con fatica, a volte spezzate, che non cercano, effetto ma verità. Le domande che affiorano sono radicali: ho visto morire i miei amici; perché io sono qui e loro no; la mia vita potrà tornare come prima; anche il mio volto tornerà a essere come prima?
A queste si accompagna la fatica delle notti, spesso popolate da incubi. Il riposo è fragile e la memoria torna insistentemente a ciò che è accaduto. È un’esperienza che accomuna tutti, anche quando il corpo è assistito dalle cure. Sono interrogativi che toccano il corpo, la memoria, l’identità, e che non possono essere affrettati, né chiusi con risposte consolatorie.
Accanto ai ragazzi, anche i familiari vivono questo tempo con grande compostezza. Il dolore non è esibito. Emergono domande dette con misura: come sia stato possibile che tutto questo accadesse, dove fossero i controlli, se qualcosa si sarebbe potuto evitare. Non c’è polemica, ma il bisogno umano di orientarsi dentro un evento improvviso e devastante.
A rendere tutto ancora più intenso è il fatto che questi ragazzi e le loro famiglie si conoscevano praticamente tutti da molti anni. Nella saletta d’attesa ci si chiede notizie gli uni degli altri come farebbe una grande famiglia: mani che si stringono, parole sussurrate, presenze che si fanno sostegno reciproco. Ogni piccolo segno di miglioramento, anche lieve, viene condiviso con gioia e con una speranza che non vuole spegnersi.
In questo contesto colpisce anche il clima del reparto, segnato dalla competenza professionale, dall’attenzione e dalla gentilezza del personale medico e paramedico. In un luogo in cui le condizioni cliniche sono spesso gravi e i percorsi complessi, questa umanità diventa parte integrante della cura, offrendo ai pazienti e ai familiari un riferimento saldo e rispettoso.
Un tratto comune che emerge con forza è il desiderio di pregare. Tutti lo esprimono, ciascuno a modo suo. Una preghiera semplice, essenziale, talvolta fatta di poche parole, altre volte di silenzio. Non una preghiera per cancellare ciò che è accaduto, ma per non restare soli dentro ciò che resta difficile da sostenere. È qui che si colloca il servizio delle cappellanie ospedaliere. Non nel fornire risposte, ma nell’aiutare a stare dentro il dolore e dentro le domande. Nell’accompagnare senza forzare, senza anticipare, senza semplificare. Nel condividere il tempo dell’attesa, del silenzio, della paura, offrendo una presenza discreta e fedele.
Questo accompagnamento non si sostituisce in alcun modo al lavoro degli psicologi e degli altri professionisti della cura, che svolgono un compito fondamentale e insostituibile. La presenza della cappellania si colloca su un altro piano: non terapeutico, ma spirituale. È il tentativo di aiutare le persone a non sentirsi sole davanti a ciò che le supera, di ricordare che anche dentro una ferita così profonda può esserci una relazione che sostiene. È una presenza che, riferita al Signore, non spiega il dolore, ma lo affida; non lo risolve, ma lo accompagna.
La drammaticità di quanto accaduto, amplificata giustamente dalla cronaca per il numero delle vittime e per la giovane età dei ragazzi coinvolti, ha acceso per alcuni giorni i riflettori su questa realtà. Ma per chi vive l’ospedale ogni giorno, domande come queste non sono un’eccezione. Cambiano le circostanze, ma non cambiano il dolore, lo smarrimento, il bisogno di essere accompagnati. Questa è la quotidianità che le cappellanie incontrano nelle corsie, spesso lontano dall’attenzione mediatica.
La presenza del cappellano diventa così segno di una Chiesa che non guarda da lontano, ma si fa prossima. Una comunità che sceglie di esserci, di camminare accanto, di custodire le domande senza pretendere di risolverle. E, insieme, testimonianza di una Presenza che non elimina la sofferenza, ma la attraversa con l’uomo. Forse la domanda che rimane, per tutti noi, è questa: come imparare a stare accanto a chi soffre, senza avere la pretesa di capire tutto, ma senza nemmeno voltarsi dall’altra parte?





