Si è concluso il IV Incontro regionale dei giovani unitalsiani lombardi che, a Milano, ha visto l’alternarsi di momenti di riflessione, preghiera, condivisione e convivialità. Al cuore di tutti gli eventi, la Celebrazione eucaristica in Duomo, presieduta dall’Arcivescovo e alla quale ha partecipato anche il sindaco Sala

di Annamaria Braccini

unitalsi giovani (1)

Una due giorni che parla della fede giovane e di un impegno gioioso e generoso verso coloro che vivono la sofferenza quotidiana.
C’è questo nel profondo del IV Incontro regionale dei giovani unitalsiani lombardi che si svolge a Milano, con titolo “Il nostro sì a ciò che ci dirà”, tra momenti di preghiera, riflessione e convivialità. Al cuore di tutto l’Eucaristia che l’Arcivescovo presiede in Duomo, concelebrata dall’assistente spirituale della Sezione lombarda, monsignor Roberto Busti, Vescovo emerito di Mantova e dai Canonici del Capitolo della Cattedrale. In prima fila siedono, tra gli altri, il sindaco di Milano, Giuseppe Sala (che ha concesso il patrocinio del Comune alla manifestazione) con la madre e il presidente della Sezione lombarda, Vittore De Carli
«Arcivescovo Mario carissimo, grazie. Maria santissima ci chiama in pellegrinaggio ai suoi Santuari perché impariamo a percorrere ogni giorno il pellegrinaggio della vita, sapendo che c’è più gioia nel donare che nel ricevere», dice, nel suo saluto di apertura, monsignor Busti che ricorda il 160esimo delle apparizioni di Lourdes, il pellegrinaggio diocesano guidato dall’arcivescovo Montini nel 1958 e il prossimo pellegrinaggio del giovani dell’Unitalsi in programma per agosto.
Dal Vangelo del giorno, con il brano del capitolo 17 di Giovanni, prende avvio l’omelia di monsignor Delpini, che è un inno a farsi eredi della vita eterna.

L’omelia dell’Arcivescovo

«Come può succedere che mentre la terra è piena di piagnistei e di lamentazioni, di malumori e di rabbia, di risentimento e di scoraggiamento, ci sia gente che canta e danza e sorride?», sottolinea, infatti. «Come mai c’è gente che continua tenacemente, pazientemente, convintamente a fare il bene, anche quando non riceve neanche un grazie? Come mai c’è gente che continua ogni giorno a prendersi cura di quelli che ha intorno, anche se sono antipatici, pesanti, ingrati? Come mai c’è gente che si alza al mattino e senza domandarsi che cosa ci guadagna, si mette a servire, a far funzionare il mondo, anche se il mondo sembra così rassegnato ad andare alla malora?».
Interrogativi che parlano delle tante malattie della società di oggi con le sue generosità e i suoi egoismi. «Come mai c’è gente che dice sì al bene e no al male, anche dove si usa chiamare bene il male e male il bene; c’è gente che continua ad essere onesta, anche in ambienti in cui essere onesti equivale ad essere stupidi?».
È perché, suggerisce l’Arcivescovo, si tratta di «quelli che hanno ricevuto la vita eterna, che hanno una speranza più grande e sanno che c’è un giudizio superiore e attendono il Regno che deve venire.
Per questo chi crede nella vita eterna sceglie e persevera nella via del bene di fronte a tanto male. «Gente buona che viene trattata male eppure non diventa cattiva; gente inerme che diventa oggetto di violenza eppure non ricorre alla violenza; sconfitti che si dichiarano vincitori. Sono gli eredi della vita eterna: non si aspettano una vittoria che sia rivincita contro qualcuno, ma piuttosto che sia salvezza per tutti».
Persone che, ancora, «non si costruiscono un mondo a parte, una specie di cittadella per tirarsi fuori dai fastidi e sentirsi privilegiati», ma che, al contrario, hanno fatto alleanza con Dio sapendo che niente e nessuno può spezzarla.
E, forse – suggerisce Delpini – queste donne e uomini sono più diffusi di quanto si creda. «Sono dappertutto, fanno tutti i mestieri e abitano tutte le situazioni, si impegnano in ogni cosa buona. Anche loro hanno paura di soffrire e, come tutti, vorrebbero vivere sempre felici e si angosciano quando la miseria o la guerra o l’epidemia o l’ingiustizia si abbatte sulla casa e sulla gente che amano, però continuano a vivere di gratitudine e di speranza». Magari costruendo comunità come nell’Unitalsi, «organizzandosi in forme associative per condividere la speranza e promuovendo iniziative per testimoniare la loro fede e rendere accessibile la promessa anche a gente che è condizionata dall’età, dai limiti fisici, dai problemi assillanti».
L’ultimo carattere di questi “eredi” (che siamo, o dovremmo essere, tutti noi) riguarda proprio l’interpretazione corrente e spesso arbitraria della vita eterna.
«Ci sono storie strane che fanno immaginare la vita eterna come una noia infinita, come una nebbia indecifrabile, come una parola antipatica che fa pensare a una vita incerta e improbabile che viene dopo un evento certo e angoscioso come la morte. Ma gli eredi della vita eterna non si lasciano trascinare da fantasie malate, perché semplicemente credono nella promessa di Gesù» .
Di questa vita vivono, «di quella conoscenza del Padre e del Figlio che è conoscenza d’amore, che è alleanza fedele, che è promessa affidabile; vivono di una conoscenza che illumina l’enigma della vita e che dona speranza oltre la morte perché riempie di significato la vita».
E, alla fine, c’è ancora spazio per un ringraziamento di cuore a nome dell’intera famiglia Unitalsiana lombarda. «Sappiamo quanto sia importante il volontariato nella società contemporanea. Una Chiesa locale dà linfa di vita a un’Associazione come la nostra: all’Arcivescovo chiediamo di portarci nel cuore», conclude De Carli, richiamando il valore del pellegrinaggio diocesano che, appunto monsignor Delpini, guiderà a settembre per ricordare quello di Montini e ringraziare della futura Canonizzazione di Paolo VI.
Infine, prima del pranzo finale presso l’oratorio della parrocchia di Santa S. Maria di Caravaggio, tante fotografie, tutti insieme, ai piedi dell’altare maggiore del Duomo e il dono di un prezioso manufatto di fili di seta rappresentante la grotta di Lourdes nel 1958.

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