L’Arcivescovo, salendo con la Nivola a oltre 40 metri di altezza all’interno del Duomo, ha riposizionato la reliquia del Santo Chiodo, al termine del Triduo ad esso dedicato

di Annamaria Braccini

Triduo del Santo Chiodo

«Veneriamo il Santo Chiodo, lo custodiamo come reliquia preziosa, lo proponiamo in modo particolare in questi giorni alla venerazione dei fedeli, perché è un segno della Passione del Signore e rinnova, qui nel nostro Duomo insieme con tanti altri segni, l’invito a vincere l’intelligenza triste e il pregiudizio presuntuoso e a volgere lo sguardo a colui che hanno trafitto per riconoscere la vera sapienza, la vera gloria di Dio».

Il Santo Chiodo, la reliquia più preziosa della nostra Chiesa, simbolo della Passione attraverso il chiodo della croce di Cristo, attestata dal 1263 nella Basilica di Santa Tecla e, in Duomo, dal 1461; reliquia particolarmente cara a san Carlo, come ai suoi successori moderni, è ancora per qualche momento sull’altare maggiore del Duomo, quando monsignor Delpini – che presiede l’Eucaristia tra i Vespri, concelebrata dai Canonici del Capitolo metropolitano e da altri sacerdoti, tra cui il vicario episcopale per la Zona I-Milano – ne definisce il significato.

Nel giorno finale del Triduo del Santo chiodo la reliquia viene, infatti, riposizionata nello spazio, a 42 metri di altezza, al vertice del catino dell’abside cella Cattedrale, dove la sua presenza è indicata dalla caratteristica piccola luce rossa, segno della luce di Gesù.

Il sabato, la domenica e il lunedì più vicini alla festa dell’Esaltazione della Santa Croce, che ricorre il 14 settembre, in Duomo si celebra, infatti, il Triduo, con il rito della Nivola. Quella sorta di “ascensore”, a forma di nuvola – in dialetto, appunto “nivola” – in cui siede l’Arcivescovo, quest’anno, per riporre il Santo chiodo che è stato offerto per i tre giorni alla devozione dei fedeli in altare maggiore. Tradizioni antiche (la “Nivola” risale al tempo del Borromeo), ma non formali o solo suggestive, così come deve essere l’autentica venerazione di ogni reliquia, che svela i tanti falsi miti di oggi.

L’omelia

«Esiste un’intelligenza triste che è quel ridurre l’argomentazione all’informazione, interpretare la realtà con le statistiche, quel modo di esprimere le valutazioni in base all’indice di gradimento».

Un intelligenza che «si compiace della desolazione e ritiene più intelligente lo scetticismo che la fede, il disprezzo piuttosto che l’apprezzamento, l’esitazione piuttosto che lo slancio, l’esperimento piuttosto che l’amore».

Come non ritrovare un simile atteggiamento nella pseudo-scientificità di molte sicurezze contemporanee?

«Quando le previsioni indiscutibili si rivelano sbagliate e le imprese garantite, fallimentari, l’intelligenza triste non riconosce di aver sbagliato; dichiara semplicemente che sono intervenuti fattori imprevisti e riprende a calcolare, come se non si potesse fare altro».

Invece, altro si può e si deve fare, guardando il Crocifisso, ispirati dalla sapienza di Dio.

La rivelazione di Dio nel Cristo crocifisso smentisce, infatti, anche il pregiudizio presuntuoso «che presume di sapere già come è Dio e, perciò, si aspetta segni proporzionati, grandiosi, l’irrompere della potenza invincibile. Identifica la gloria di Dio con il trionfalismo della rivincita personale e nazionale. Pregiudizio arrogante e ottuso che si aspetta emozioni forti ed eventi clamorosi».

Di fronte a tutto questo credere umano e superficiale, sta invece- l’amore di Dio «che niente può stancare, che niente può fermare, come amore fino alla fine».

Amore dato a tutti con la croce gloriosa del Signore e i suoi chiodi che lo trafiggono.

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