Nella III domenica di ottobre, come vuole una tradizione plurisecolare, si è celebrata la festa della Dedicazione della Cattedrale, presieduta dall’Arcivescovo. «Il Duomo è la casa solida di tutti i milanesi e di tutte le Comunità»

di Annamaria BRACCINI

dedicazione duomo AATA

Il Duomo – Chiesa madre dei fedeli ambrosiani, casa di tutti i milanesi e di tutte le Comunità della Diocesi – che è casa costruita bene, tempio edificato da pietre vive consapevoli delle 3 caratteristiche della solidità evangelica che il fiume in piena non può smuovere: la comunione con Dio, la sapienza orante e l’obbedienza docile al comandamento di Gesù.

Il Duomo, dunque, che è non solo un’opera d’arte immensa, scrigno di bellezza e purezza famoso nel mondo, ma che è inno al Signore e alla creatività umana.

E così nella festa della Cattedrale, la “Dedicazione”, presieduta dall’Arcivescovo e che si celebra da sempre nella III domenica di ottobre, il Duomo risplende di una straordinaria luce concreta e spirituale. L’arciprete, monsignor Gianantonio Borgonovo, nel suo indirizzo di saluto iniziale, fa memoria della millenaria vicenda che parla, appunto, della III domenica di ottobre quando, nel 452 a seguito della devastazione operata dagli Unni, prima della costruzione del Duomo , fu riconsacrata l’Ecclesia maior diventata, in seguito, “Santa Tecla”. Poi, sarebbe venuta nell’836, la consacrazione di “Santa Maria Maggiore”. E, ancora, nel 1418 papa Martino V consacrò l’altare della nuova Cattedrale ancora in costruzione, mentre, nel 1577, fu san Carlo a consacrare, per la prima volta, il Duomo. Infine, nel 1986, l’allora arcivescovo il cardinale Carlo Maria Martini, riconsacrò il nuovo altare, costruito secondo i dettami del Concilio Vaticano II. Lo stesso che, per la Festa di questo anno, viene rivestito delle tovaglie tessute a Cipro per la “Dedicazione” proprio del 1986.

Moltissimi i fedeli presenti in Cattedrale, in cui vengono esposti anche i cosiddetti “Quadroni di San Carlo”: nelle prime file siedono gli appartenenti alla Confraternita del Santissimo Sacramento e agli Ordini Cavallereschi; concelebrano, oltre i 2 vescovi – monsignor Giuseppe Sciacca, segretario del Tribunale della Segnatura Apostolica e l’ausiliare emerito, monsignor Angelo Mascheroni – i Canonici del Capitolo metropolitano e monsignor Tarcisio Cola, presidente dell’Associazione Italiana Santa Cecilia, i cui compositori di musica liturgica hanno partecipato, nel fine settimana, al loro III Convegno, in occasione del centenario della nascita di monsignor Luciano Migliavacca, per decenni punto di riferimento e maestro della Cappella musicale del Duomo.

A tutti si rivolge il vescovo Mario che dice: «Talvolta ho l’impressione che la mia gente abiti nel paese della paura in cui si ha paura del futuro e si diffondono notizie spaventose: non si può sapere se siano vere o false, ma bastano a convincere che la gente è indifesa, esposta a pericoli tremendi. Nel paese della paura l’altro fa paura: è uno sconosciuto ed è un estraneo, è colui di cui non passo prevedere i comportamenti: nessuno sa chi sia, che cosa abbia in mente, ma quello che sembra indiscutibile è che sia minaccioso».

Un paese dove anche «la propria storia fa paura, perché non si sa cosa abbiamo nel cuore e le esperienze fallimentari inducono a perdere ogni fiducia in se stessi, ogni sogno audace risulta un rischio insostenibile e ciascuno si persuade a sognare cose modeste e ad accontentarsi».

Per questo, indica l’Arcivescovo, «la gente che abita nel paese della paura cerca un riparo in cui sentirsi rassicurata». Un riparo che cerca distrazioni, ma nel quale le illusioni si rivelano presto illusorie e la paura non fa crescere. «Gli abitanti del paese della paura cercano rifugio nell’isolamento, riducendo al minimo i rapporti necessari, abitando in appartamenti inaccessibili. Ma l’isolamento si rivela presto un rimedio peggiore del male: se infatti la paura viene da dentro, la solitudine non fa che ingigantirla».

E, ancora, il rifugio può farsi aggressività, facendo diventare violenti, «quasi nella persuasione di poter far paura alla paura. Ma tutto si rivela un inganno perché «non ci sono rimedi alla paura nel paese della paura».

Per questo radunarsi in una casa solida, accogliente e sicura – la Cattedrale – è così importante. «Celebriamo oggi il segno che la paura è stata vinta, celebrando la Dedicazione del nostro meraviglioso Duomo, immagine dell’edificazione del tempio di Dio costruito di pietre vive. Il Duomo è uno spettacolo che merita di essere guardato, il monumento che merita di essere visitato, ma, ancor più, è la casa ben costruita in cui tutte le comunità della Diocesi e tutti i milanesi si trovano a casa loro, riconoscendola come Chiesa madre».

Tre le caratteristiche da cui si riconosce, per il Vescovo, la casa ben costruita. «La comunione con Dio e la sapienza orante di un popolo e di singoli capaci di leggere la storia e le sue vicende riconoscendovi i segni del Regno che viene». Donne e uomini che, perciò, «non si disperano, non si scoraggiano, non si lasciano travolgere e sconvolgere dall’enigma incomprensibile delle tribolazioni, perché imparano a pregare».

La terza caratteristica è l’obbedienza al Signore. Così anche noi vorremmo somigliare all’uomo saggio del Vangelo che scava in profondità e costruisce bene e siamo grati alla storia della Chiesa ambrosiana che ha conosciuto tanti uomini saggi che si sono lasciati condurre dallo Spirito di Dio. Continuiamo a costruire bene».

Alla fine della Celebrazione, c’è ancora tempo per i ringraziamenti a tutte le diverse realtà attive in Duomo, dal Capitolo metropolitano ai sacerdoti penitenzieri, dagli Ostiari alla Cappella musicale e alle Associazioni “Santa Marta”, che cura il servizio di accoglienza e “San Galdino” per il servizio liturgico. Un pensiero è anche per le elezioni dei nuovi Consigli pastorali e degli Affari Economici che si stanno svolgendo nelle parrocchie e nelle Comunità pastorali. «Una forma di corresponsabilità nella Chiesa perché tutti sentano la bellezza dell’appartenenza al popolo di Dio, ciascuno con le proprie responsabilità e senza sottrarsi ai ruoli che vengono richiesti».

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