Incontrando i fedeli dei Decanati di Zara, Affori e Niguarda, l’Arcivescovo ha iniziato il ciclo “feriale” che si concluderà a fine maggio 2017, indicando la priorità della comunione e della comunicazione del pensiero di Cristo da vivere ogni giorno

di Annamaria BRACCINI

scola Decanati

«Incontrare i fedeli, creando un’occasione di ecclesialità e di comunità e riconducendo, così, a un’esperienza di Chiesa rimodulata a partire dai bisogni di oggi nei Decanati e vissuta attraverso i quattro pilastri della vita cristiana e gli ambiti privilegiati dell’educazione al pensiero di Cristo». È un’«avventura bella e importante», quella della Visita pastorale del cardinale Scola che, sintetizzata da queste parole del vicario episcopale della Zona I (Milano) monsignor Carlo Faccendini, prende il via la sera dell’8 settembre, giornata di inizio dell’anno pastorale della Diocesi.

Nell’Auditorium “Don Bosco” della parrocchia di Sant’Agostino retta dai Salesiani, ci sono centinaia di persone provenienti dai tre Decanati cittadini cui è dedicato l’incontro – Zara, Affori e Niguarda – i cui rispettivi decani, don Roberto Viganò, don Paolo Selmi e don Luciano Angaroni, siedono accanto al Cardinale.

«Ho sentito il dovere, come è previsto dal Direttorio dei Vescovi e dopo aver incontrato tutti i preti dei Decanati (attualmente sono settantadue), di indire questa Visita che ho voluto fosse chiamata “feriale” perché si tratta, appunto, di un’occasione sobria, che intende innestarsi nel lavoro quotidiano di ciascuno. È come una Visita pastorale “rovesciata” perché la inizia il Vescovo, ma la conclude il parroco con i suoi collaboratori, anzitutto il Consiglio pastorale», spiega subito l’Arcivescovo. Infatti, secondo il Decreto di Indizione della Visita stessa – che si concluderà a fine maggio 2017 – ciò che emergerà dagli incontri dovrà poi essere ripreso, nelle singole parrocchie e nei Decanati, «per sfociare in impegni e scelte di vita nuova».

Punto di partenza è la lettura degli Atti, 42-47, con quel brano considerato necessario da Scola fin dalla sua Lettera pastorale per il 2012-2013, Alla ricerca del Dio vicino, «proprio perché vi si indicano i pilastri di cui tutta una Comunità dovrebbe vivere, la partecipazione all’Eucaristia e al pensiero di Cristo che sgorgano dall’incontro con il Signore in tutti gli ambienti dell’umana esistenza».

E se l’obiettivo dichiarato è «quello di situare l’assemblea nel contesto dell’assemblea originaria della Comunità di Gerusalemme, in termini adeguati ai tempi di oggi», la consapevolezza nasce dall’evidenza che «il nostro popolo vive molto bene l’Eucaristia domenicale, ma è come se nel quotidiano la visione cristiana della vita venisse meno», nota il Cardinale, che aggiunge: «Ci affidiamo più ai mass media che al pensiero di Cristo: manca una dimensione culturale della fede. Avendo, quindi, individuato questo punto “debole” abbiamo deciso di puntare ad approfondire il tema che San Paolo delinea nella prima Lettera ai Corinzi e nella Lettera ai Filippesi. Vogliamo capire bene cosa significhi avere il pensiero di Cristo per scoprire le ragioni profonde della bellezza dell’essere cristiani. L’assemblea di apertura della Visita pastorale ha come scopo una prima interazione tra il Pastore e la gente circa la modalità che le nostre comunità vivano i quattro pilastri di cui abbiamo parlato. Ognuno potrà, poi, scrivere al Vescovo o ai suoi collaboratori in modo che il dialogo prosegua».

Un dialogo-confronto che, in questa prima serata, parte con spontaneità. Silvia ringrazia a nome di tanti e dice: «La tentazione è quella di sentirsi troppo facilmente “a posto” con la propria coscienza di cristiani». Roberto, della parrocchia di San Paolo, si domanda se, come Chiesa lombarda, facciamo abbastanza per l’accoglienza; Angela, catechista di Gesù Divin Lavoratore si definisce scoraggiata per vedere i genitori disinteressati e i ragazzi sempre più digiuni di educazione cristiana.

Particolarmente bella e sentita la risposta, a quest’ultima osservazione, da parte dell’Arcivescovo che racconta «di aver incontrato, all’inizio del 2002, l’allora cardinale Ratzinger chiedendo cosa dovevo curare maggiormente all’inizio del mio Patriarcato a Venezia. Lui mi disse: “Cura i bambini”, perché sono la cartina di tornasole di una civiltà adeguata e riuscita. Una delle cose più meritorie della Chiesa è che l’iniziazione cristiana sia sentita come un’impronta capitale che costruisce non solo credenti in Cristo, ma potenzialmente cittadini solidi. Per questo raccomandiamo una “Comunità educante”, capace di comunicare un’unità. Occorre non demordere in nessun caso, cominciando, senza lamentarsi, dalla realtà di chi c’è. Noi non siamo un’azienda, non vogliamo conquistare nessuno, vogliamo vivere qualcosa in cui crediamo attraverso un meccanismo di vita comunitaria».

Poi il pensiero è all’immigrazione: «La tragedia è immane e grandi sono i rischi, ma il fatto che in Germania e in Austria si sia andati incontro ai migranti è una grande novità. Si tratta di capire che il problema è strutturale. Che il presidente del Cei abbia detto che possiamo ospitare più di centomila persone, è significativo, ma anche qui è una questione di pensiero: comprendere la ragione per cui lo facciamo. Il problema è se viviamo la realtà come vocazione e come ci mettiamo in gioco nel rapporto con Dio. Per questo serve la vita di comunione. Questa non è un’assemblea: è un prolungamento dell’Eucaristia domenicale. Il dono di sentire gli stessi sentimenti di Cristo vuol dire partecipare al cuore della Sua esperienza “dandogli del tu”». Non a caso, il filo rosso che guida e lega tutta la riflessione è quell’Educarsi al pensiero di Cristo che è il titolo della Lettera pastorale 2015-2017, resa pubblica in mattinata. 

E, ancora, Rita del Sacro Volto parla di solitudine anche all’interno delle famiglie e nel lavoro: «La vita cristiana sta in piedi su due poli, la persona e la Comunità. Nella parola comunione – koinonia, nata per dire che i discepoli avevano in comune le reti e le barche, c’è questa esperienza primigenia che deve ripetersi ora nelle parrocchie, nella Comunità pastorale e nel Decanato, perché tutti abbiamo in comune Gesù Cristo. La grazia che dobbiamo domandare, e che la Visita pastorale vorrebbe favorire, è appunto la comunione».

Evidente, in questo contesto, il riferimento alla testimonianza: «Se le nostre comunità diventano una ripetizione a mitraglia di Piani pastorali, come un’ossessione, senza un gusto vero per l’incontro straordinario che abbiamo fatto, diventiamo noiosi e non saremo attraenti. Il Decanato fiorirà se avrà vera comunione, come già esiste e ho potuto constatare incontrando i sacerdoti a livello decanale. Per noi il trascendente ha un nome e un cognome, Gesù Cristo, e anche se siamo in ritardo sull’uso di alcuni linguaggi della scienza moderna ed empirica, la consolazione è essere qui così numerosi». 

 

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