Il cardinale Scola ha incontrato i 152 Catecumeni che riceveranno i Sacramenti dell’Iniziazione cristiana a Pasqua. A loro ha raccomandato di non dimenticare il rapporto fondamentale tra fede e vita di tutti i giorni

di Annamaria BRACCINI

catecumeni 2014

«Siete un grande dono per la Chiesa universale e, in modo particolare, per la Chiesa di Ambrogio e Carlo, specialmente in questo momento segnato da grandi prove, da tanti focolai che ormai sono fuochi di guerra, dai martiri cristiani e dalla sofferenza di molti nostri fratelli scacciati dalle loro case, da tanti uomini di religione e che cercano la giustizia provati e messi a morte. Di fronte ai fenomeni in cui la stanca Europa è immersa – il gelo demografico, la fatica del lavoro, sopratutto per i più poveri ed emarginati, per chi arriva da lontano – voi che, adulti, sentite di aver incontrato Gesù come fattore decisivo della vita, siete un grande grazia».

Il cardinale Scola saluta così i 152 Catecumeni, accompagnati da madrine e padrini, dagli accompagnatori, dai sacerdoti e dalla religiose che affollano il Centro pastorale di Via Sant’Antonio a Milano, dove per tutto il pomeriggio hanno riflettuto durante il loro ritiro.

Nel giorno in cui a sera in Duomo, nella “Traditio Symboli” ricevono appunto, il simbolo della fede – il Credo – la contentezza dell’Arcivescovo, per il dialogo che si sviluppa per più di un’ora, è evidente. Aperto dal responsabile del Servizio per il Catecumenato e la Catechesi, don Antonio Costabile, vicino al Cardinale siede anche il Vicario episcopale di settore, monsignor Pierantonio Tremolada, l’incontro tra domande e risposte vola via veloce.

Alessia da Lecco, Isacco da Vanzago, ma originario dell’Angola, Francis da Vimercate che arriva dal Togo, raccontano la loro gioia nel ricevere, ormai la settimana prossima, i Sacramenti dell’Iniziazione cristiana, ma si chiedono anche “perché il Signore ha scelto loro e come convincere altri della bellezza del cammino cristiano e, ancora, cosa fare se questi ultimi non ci seguono”. Carlos dal Benin, “Come aiutare la fede quotidianamente?” o Elia, Tainara pongono fondamentalmente due interrogativi: “perché sono stato scelto e come camminare quotidianamente nella luce di Gesù”, per usare la definizione sintetica dell’Arcivescovo, che invita ad approfondire il tema della chiamata personale.

«Spiegare il mistero della scelta significa comprendere il senso dell’ elezione,. Come è per il Popolo Eletto, Israele. Dobbiamo, anzitutto, chiarire perché Dio opera in questo modo e quale è lo scopo che si prefigge scegliendoci. La risposta migliore la troviamo nell’esperienza di tutti i giorni riconoscendo l’evidenza che taluni rapporti sono di preferenza particolare. Lo stile della preferenza, ossia dell’elezione, è il modo con cui ognuno di noi impara ad amare amando colui che mi è dato, modo attraverso il quale gli uomini imparano una relazione profonda di amore».

L’invito è a verificare quanto ciò sia vero da un dato semplice e diretto: «Ciascuno ama realmente la famiglia umana se ama chi ha vicino. Quando si è capaci di amare, tendenzialmente, si porterà questo amore verso tutti coloro che la Provvidenza ci fa incontrare», suggerisce Scola.

Da qui, «l’elezione che non è un privilegio, ma una responsabilità nello spalancarsi agli altri» e lo scopo della scelta di questa stessa modalità da parte del Signore nell’educarci all’amore autentico pieno, definitivo e liberante.

«Sei scelto in maniera personalissima, perché facendo una simile esperienza puoi comunicare questo amore, partendo dalla legge della prossimità, via via verso tutti gli altri. Il cristiano è colui che documenta quanto sia pieno di umanità e dunque di verità e di bellezza volersi bene in Dio. Poiché l’elezione è una Grazia, occorre “giocarla”, assumerla, nel cammino di tutti i giorni», scandisce Scola rivolgendosi direttamente ai Catecumeni.

È, infatti, un tale rapporto fondamentale con il Signore, a definire, secondo il Cardinale, «uno degli aspetti più gravi del Cristianesimo in Europa», la separazione tra la fede e la vita di tutti i giorni.

«Ecco perché la grande maggioranza dei battezzati non partecipa più alla vita cristiana e noi stessi siamo incapaci di amare secondo il criterio di Gesù. Occorre mettere in preventivo che saremo sempre discepoli, dobbiamo farci educare da Cristo, accettando il grande dono della fede, conservandolo e alimentandolo nella concretezza». Quella di ogni giornata «con i problemi che sorgono, il male fisico e morale, il peccato, l’educazione dei giovani, la costruzione di una società giusta».

E se questo è il grande lavoro di maturazione alla fede, la sua prima condizione è la preghiera perché «non si può aprire la giornata senza rivolgere il pensiero a Gesù con un Padre nostro, un’ Ave Maria, un Gloria, una lode al Santo del giorno o magari entrando e sostando brevemente in una chiesa mentre si va al lavoro».

In una parola, un essere uniti a Cristo attraverso la Comunità ecclesiale, perché la strada per mantenere viva la fede «è vivere l’appartenenza che sostenga e se necessario corregga la persona». «Se Gesù è il caso serio della vita, il modo di pensare, parlare e agire, lentamente “fa”, crea la personalità. E questo si chiama testimonianza rivolta alla libertà dell’altro, sapendo per Chi si comunica la fede»..

È Mario da Milano a chiedere “in che modo possiamo capire ciò che il Signore vuole e sentire la Sua voce” –, Elsa dall’Albania a domandare “come la piccola piantina della nostra fede può avere radici profonde?” -, Sissi di origine cinese a interrogarsi su “come vincere le pigrizia e la difficoltà a perdonare?”. Massimo da Rozzano pone la domanda delle domande, “come essere testimoni” mentre Sonia, che frequenta il Centro pastorale della “Cattolica”, vuole interpretare il male e le sciagure che non mancano mai.

«La realtà è un tessuto, una trama di rapporti variegati e di circostanze imprevedibili, favorevoli o sfavorevoli, anche tragiche». Nel gioco di questi due elementi, osserva l’Arcivescovo, si sviluppa la nostra esistenza, «in cui non sappiamo cosa ci accadrà, ma della quale, come cristiani, conosciamo la mèta».

Dio che si è incarnato parla attraverso tutto questo: «la strada per capire ciò che ci accade è la fede e il luogo che fa crescere la fede è la comunità cristiana. «Così si alimenta la piantina giovane della fede dei Catecumeni. Non bisogna avere paura delle debolezze, perché tutto concorre al bene amando Dio. Se amo Cristo e mi lascio amare da Lui, che ci riprende sempre, non ci sarà più spaccatura. La fede non è una magia è l’esperienza di Cristo presente e vivo qui e adesso».

Infine, ancora lo spazio per le brevi domande di Kai da Busto Arsizio, ma di origine cinese, di Mohammed da Dergano, marocchino – “è meglio battezzare i figli da piccoli o che scelgano loro da grandi?” – e di chi chiede “se si vive più di cuore o di cervello”.

«Sono un grande difensore del battesimo dei bambini. Ognuno di noi è gettato nel mondo ed è meglio far conoscere Dio il prima possibile, poi, tanto la libertà, se vuole, si prende sempre i suoi spazi, anche perché il battesimo non è un marchio che discrimina, ma una garanzia», conclude il Cardinale per cui «usare solo il cervello è sbagliato, ma anche solo il cuore, bisogna avere uno sguardo unitario».  

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