L’incontro dell'Arcivescovo di Boston con preti e diaconi ambrosiani: «La gente deve vedere in noi gioiosi annunciatori di proposte buone e belle». Stasera alle 21 l'appuntamento con i laici

di Annamaria BRACCINI

Sean Patrick O'Malley

«Abbiamo bisogno di pregare e di amare. Questo, con le parole del Santo Curato d’Ars, è stato fin dall’inizio, è e continuerà a essere il mio messaggio per la diocesi di Boston, per la mia gente e i preti. Credo che solo così sia possibile continuare in quel cammino di speranza e rinascita che stiamo percorrendo da oltre dieci anni». Il cardinale Sean Patrick O’Malley, figura carismatica dell’episcopato statunitense e notissima a livello internazionale, è a Milano, in Duomo, per raccontare la Chiesa locale che guida dal 2003, in anni nei quali la sua diocesi è “rinata” dopo i momenti tremendi degli scandali sessuali e l’avvio di un doloroso iter di cause intentate alla Chiesa, di perdita della credibilità, ma anche di impegno per “ripartire”.

Scola: «Un eccezionale privilegio»

I preti ambrosiani, giunti in grandissimo numero per ascoltare il Cardinale – accanto a lui sull’altare maggiore è il vicario episcopale monsignor Luca Bressan – seguono attenti l’intervento, prendono appunti, scambiano qualche opinione tra loro: si capisce subito che si è creata sintonia con O’Malley, che prende la parola dopo la lettura, da parte del Vicario generale monsignor Mario Delpini, del saluto inviato dal cardinale Scola, impegnato in Vaticano per il Sinodo. Nelle parole dell’Arcivescovo il senso complessivo dell’evento: «Anche quest’anno vogliamo continuare a riflettere sul significato della chiamata all’evangelizzazione nelle città metropolitane, aiutati dal racconto dei pastori di due rilevanti Chiese del mondo; per proseguire poi il nostro percorso approfondendo la proposta delle comunità educanti e la riflessione sul nuovo umanesimo. Molte sono le ragioni per cui l’ascolto del cardinale O’Malley è per noi tutti un eccezionale privilegio. Il suo itinerario personale, come frate cappuccino e sacerdote, lo ha condotto a condividere e a occuparsi delle vicende della popolazione ispanica negli Stati Uniti. Quando il fenomeno migratorio era ancora lontano dal manifestarsi nella nostra società italiana, il Cardinale già lavorava con consistenti comunità di migranti a Washington. Inoltre l’arcidiocesi di Boston è emblematica per la complessità di ricchezze e difficoltà, tipiche delle metropoli contemporanee, e ha dovuto affrontare circostanze assai difficili nei tempi recenti».

Di «eccezionale privilegio e di fortuna nell’essere amico del cardinale Scola», parla il Cardinale americano, che veste il tradizionale saio cappuccino e saluta con il «Pace e Bene» francescano. La breve biografia, che lui stesso racconta, è ricca di eventi fin da quando, dice, «pensavo di diventare cappuccino magari in America Latina»; invece, nel 1984, a soli quarant’anni, O’Malley diventa vescovo coadiutore di Saint Thomas nelle Isole Vergini Americane. Poi verranno la diocesi di Fall River in Massachusetts – «dove dovetti affrontare un primo caso di abuso su minori» – e quella di Palm Beach, prima di arrivare a Boston. Chiara e tutta in salita la missione per cui lo aveva scelto Giovanni Paolo II: «Sapevo che il mio primo compito era quello di condurre la ricostruzione della Chiesa locale», spiega O’Malley, succeduto al discusso cardinale Law. 

«Porre rimedio ai motivi di non evangelizzazione»

«La nostra Chiesa ha celebrato il suo bicentenario nel 2008 e anche se Boston è considerata una delle città più cattoliche del Paese, vi è molta laicità, tanto che il 25% dei giovani affermano di non avere nessuna convinzione religiosa, credendo genericamente ancora in Dio, ma spesso definendosi “spirituali”», continua. Insomma, una situazione non facile, comunque, per la nuova evangelizzazione e la Chiesa, ma che la vicenda degli abusi ha rischiato di distruggere per sempre, con uno scandalo dilagante «che colpì per il numero dei preti coinvolti e perché alcuni di questi avevano potuto continuare a esercitare il ministero», non si nasconde il Cardinale. Un motivo di «non evangelizzazione», lo definisce ancora, che «poneva delle priorità a un Vescovo: avvicinarsi alle vittime aiutandole in ogni modo possibile, incontrare centinaia di loro e le famiglie per comprendere quanto coloro che sono stati abusati siano stati danneggiati. Pregare per il riposo delle anime di chi si era tolto la vita o è morto di overdose per questo, rimarrà sempre nella mia memoria, così come il desiderio di alcuni di perdonare i colpevoli».

Che occorresse «far presto a mettere rimedio», l’Arcivescovo, lo dice del resto apertamente: «Abbiamo subito istituito politiche e procedure per evitare gli abusi, promosso verifiche sui trascorsi e i costumi dei preti e, soprattutto, perché nessuno che avesse abusato di bambini potesse esercitare il ministero». E poi, naturalmente, le scelte ad intra, tra sacerdoti, a fronte «di uno degli aspetti più devastanti, la demoralizzazione del clero stesso», per cui si è puntato sulla formazione permanente, sullo sviluppo della “regola di vita” e sull’approfondimento di cammini vocazionali e di spiritualità». Inoltre, sono state istituite Canoniche regionali, in modo che nessuno viva da solo, aiutandosi a vicenda. Specifica da parte del Vescovo anche l’attenzione al Consiglio presbiterale, «in cui ciascun membro proviene da ognuno dei nostri 20 vicariati». Un processo di connessione tra il vertice ecclesiale e la “base” che ha permesso al Consiglio di diventare «una cassa di risonanza e strumento utile per le decisioni che dobbiamo affrontare in dilemmi come la situazione economica in “caduta libera”, per un disavanzo di oltre 15 milioni di dollari e un debito che era arrivato di oltre 30 milioni, con tremila cause legali per abusi». «Abbiamo scelto la trasparenza finanziaria – ogni anno si pubblica sul sito della Diocesi bostoniana il bilancio di diverse centinaia di pagine – e ciò ci ha guadagnato nuova fiducia da parte dei benefattori», osserva. Tutti fattori che hanno allontanato lo spettro della chiusura del Seminario e dato «nuova vitalità», per cui «si è passati dalla sopravvivenza a una certa stabilità».

«Rilanciare la cultura vocazionale»

E se le celebrazioni per il bicentenario della Chiesa di Boston sono stati un’occasione «di rivalorizzazione pastorale e di rivitalizzazione delle parrocchie perché diventino più robuste nel compito di evangelizzare», non si può dimenticare «la sintonia con il tessuto sociale in rapido cambiamento demografico e il fondamentale comparto della formazione di dirigenti parrocchiali». L’investimento, lo si comprende, è molto concreto e, insieme, spirituale. «Uno dei fattori rilevanti era la diminuzione del numero dei sacerdoti, e quindi si doveva rilanciare la cultura vocazionale: la risposta tra i giovani è uno dei segni più promettenti, tanto che oggi il nostro Seminario conta oltre settanta seminaristi e il Diaconato permanente raccoglie grandi adesioni», sottolinea, con evidente orgoglio, O’Malley, che quando arrivò a Boston poteva contare solo su 12 giovani avviati al sacerdozio. «Nel momento in cui la società diventa sempre più secolare ci vogliono coraggio e fantasia per condividere e proporre il messaggio della Chiesa», anche perché «comunque le persone sono affamate di apprendere la fede». 

Da qui l’utilità di incontri, momenti pubblici, marce come quella a difesa della vita, prese di posizione chiare e diffuse con i nuovi strumenti della comunicazione, come quando, di fronte al referendum sul “suicidio assistito”, la Diocesi si fece promotrice dell’informazione su Twitter e Facebook. E, ancora, messaggi on line dello stesso Cardinale per sensibilizzare la popolazione: «In molti luoghi e ambienti bostoniani, la cultura secolare è ostile al Vangelo della vita. Con quasi cento aborti per ogni adozione il lavoro è grande», riflette il porporato nord-americano che ammette la necessità di seguire meglio le donne in difficoltà ed evidenzia la scelta preferenziale per i poveri. «Perfino quanti hanno grandi pregiudizi sulla fede cristiana, sono toccati profondamente dalla sollecitudine della Chiesa e dagli esempi di santità, ma oltre all’assistenza materiale si devono mettere a disposizione risorse pastorali per l’evangelizzazione dei poveri. Se il nostro Centro Caritas offre pasti a più di duecentomila persone all’anno, formazione per migranti, servizi per anziani, doposcuola, bisogna fare di più». Un’urgenza, specie davanti all’immigrazione con i suoi drammi e il desiderio di integrazione: «Nella sola città di Boston un terzo della popolazione è nato all’estero ed è grave il problema dei clandestini che cercano di attraversare il confine soprattutto se minori non accompagnati, 70 mila solo negli ultimi mesi».

Come trasmettere la speranza

Il Cardinale – l’unico Cappuccino arrivato a questo ruolo – racconta episodi della sua vita personale, come quando nel Centro Cattolico di Washington cercò di farsi consegnare le armi dagli altri inquilini del palazzo e la lezione che ne trae è evidente per tutti: «Dobbiamo diventare una squadra di missionari, andando oltre la semplice conservazione, perché annunciare Cristo significa credere in Lui mostrandone la bellezza e indicando la via di un nuovo splendore umano, pur tra le prove. Più che esperti o predicatori apocalittici, la gente deve vedere in noi gioiosi annunciatori di proposte buone e belle. In una cultura che esalta l’individualismo, dimostriamo che non ci può essere vita cristiana se non nella comunione delle comunità e delle famiglie. L’immagine della Chiesa “ospedale da campo” è più convincente di quella di un museo o di una sala da concerti. Comunichiamo che il Vangelo risponde ai bisogni più profondi dell’uomo, come dice l’Evangelii Gaudium».

Infine, proposte da monsignor Bressan, due brevi domande su come trasmettere la speranza. «Sono convinto che solo la preghiera può salvarci», risponde O’ Malley che ricorda un rito penitenziale in cui lui e i suoi sacerdoti si sono sdraiati per terra chiedendo perdono per gli abusi dei sacerdoti; o gli Esercizi spirituali con tre-quattromila persone che si riuniscono nelle parrocchie ogni settimana. O, ancora, il gruppo da lui fondato con trentamila uomini e donne che partecipano alle riunioni. E prima di lasciare l’incontro, il pensiero è sempre per le vocazioni «un affare di tutti», come si intitolava la sua prima Lettera pastorale alla Diocesi bostoniana e come tiene a ripetere anche nel nostro Duomo: «Più che la crisi di vocazioni sacerdotali è grave la crisi del matrimonio. Occorre insegnare ai giovani, qualunque sia la loro strada, la generosità».

Ed è bello pensare che, mentre il Cardinale delinea il senso degli appuntamenti vocazionali in atto nella sua diocesi oltreoceano, poco lontano, nel Decanato Città Studi, si stia concludendo proprio la “Missione vocazionale 2014”.

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi