Quando il benessere sociale "smorza" il desiderio di fare festa insieme, smarrendo così il senso della tradizione. Ne hanno parlato il cardinal Barbarin, monsignor Brambilla e il direttore De Bortoli.

Partendo da una citazione di Jean Vanier («Più la gente è povera, più ama festeggiare…  Le società, diventando ricche, hanno perso il senso della festa, smarrendo così il significato della tradizione»), l’arcivescovo di Lione, cardinale Philippe Barbarin, ha aperto il faccia a faccia con il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, sul tema “Lavoro e festa: il caso dei Paesi a economia avanzata”. Facendo riferimento alla sua esperienza missionaria in Madagascar, Barbarin ha messo in luce come la festa può rafforzare fortemente il senso di appartenenza ad una famiglia o comunità.

De Bortoli ha interagito con il cardinale problematizzandola, mettendo in luce una contraddizione della società attuale, segnata dalle nuove tecnologie, che vede «un’orgia di comunicazione e il deserto delle relazioni umane»: di qui lecommunity virtuali, diffusissime ma anonime, di là le comunità delle persone in carne ed ossa, nelle quali il dialogo autentico si fa ogni giorno più difficile.

Anche monsignor Franco Giulio Brambilla, nell’introdurre l’incontro, aveva messo in evidenza il rischio che oggi la famiglia prediliga un modello di “casa-appartamento” nella quale si vive “appartati”, ripiegati sul privato. Quanto al nesso festa-lavoro, il cardinale Barbarin ha evidenziato la necessità che alla persona siano date opportunità, come nel caso della festa, per “aprirsi all’altrove”. «Quando si gioca ci si può dire tutto», ha aggiunto parafrasando un detto popolare. De Bortoli ha replicato evidenziando che «forse non riusciremo a difendere la domenica» dall’avanzata della globalizzazione, ma ha aggiunto che «il grande antidoto è, cristianamente, quella cultura dei legami e dei rapporti autentici che non può mai prescindere dalla centralità della famiglia».

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