Felice Asnaghi

Novanta pagine di corrispondenza tra Oscar e Dio. 14 lettere scritte in un breve periodo: l’ultimo della vita di questo bambino, eppure come d’incanto il mondo gli si dischiude, gli si aprono nuovi scenari al pari di un esperto esploratore. Il tutto nello spazio fisico di un letto di ospedale, ma nello spazio mentale che va al di là di ogni immaginazione.  Certamente la figura di Oscar è piuttosto irreale: se la malattia comportasse solo il semplice sentirsi stanco ed avido di sonno sarebbe tutto molto più accettabile e perfino desiderabile; ma per questo ragazzino di dieci anni malato terminale, il mondo che lo circonda è misurato dal suo cuore che è la sede dei sentimenti più reconditi ed avvincenti.

L’autore, quarantacinquenne, lionese e di fama internazionale (soprattutto dopo la versione cinematografica del suo "Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano", interpretato da Omar Sharif) affronta in questo libro due tabù dei nostri giorni: la sofferenza e la morte, facendone spunto di riflessioni che aprono un confronto interiore ed intimo con se stessi prima ancora che con gli altri. Se ne trae un insegnamento: non è negando che si supera l’angoscia, certo nemmeno deprimendosi, ma forse esiste un’altra via: affidarsi al Padre.
Non si tratta però di un testo triste, risulta anzi piacevole e rasserenante, oltre che coraggioso.
L’accostamento con "Il piccolo principe" di Saint Exupéry è doveroso. Il "Principe" è un bambino venuto da un altro mondo per insegnarci che cos’è la vita, mentre l’Oscar di Eric-Emmanuel Schmitt è un bambino che sta per andare all’altro mondo e ci insegna che cos’è la morte.

Il mondo di Oscar è racchiuso tra le mura del reparto pediatrico di un ospedale "abitato" da bambini malati ma meravigliosi e pieni di dignità: Peggy Blue è la bambina blu, sorride gentilmente ma non parla quasi mai, di lei si innamora e con lei sogna una vita insieme. Einstein, così soprannominato non perché fosse intelligente più degli altri, ma per la testa grossa e il poco cervello. Bacon con il corpo completamente ustionato, non passa notte senza lamentarsi dal dolore. Pop Corn, novantotto chili a nove anni, un metro e dieci di altezza e dieci di larghezza. Brigitte la trisomica, una down affettuosa che lo metterà in difficoltà con Peggy.

E poi il dottor Düssendorf dalle folte ciglia al quale Oscar associa un’amara costatazione:

Io non faccio più piacere. Da quando sono stato sottoposto al trapianto del midollo osseo, sento proprio che non faccio più piacere. Quando il dottor Düssendorf mi visita, la mattina lo fa malavoglia, lo deludo. Mi guarda senza dire nulla, come se avessi commesso un errore.
Il pensiero di un medico è contagioso. Adesso tutto il piano, le infermiere, gli interni e le donne delle pulizie mi guardano nello stesso modo.

Solo Nonna Rosa è all’altezza della situazione. Si tratta di un’anziana volontaria dell’ospedale, in camice rosa, che rappresenta per il bambino l’unico interlocutore in grado di dare un significato alla fase finale della sua vita, perché sia i genitori, annichiliti dal dolore, sia i medici, delusi dalla loro stessa impotenza, evitano di parlare sinceramente con Oscar, impedendo ogni spontaneità di rapporto.
Ma lei riesce a comunicare una forza che sostiene. In qualche modo risponde a tutte le domande urgenti e nonostante le contraddizioni irrisolte ci prova e non si arrende. Si prende cura di lui e lo accompagna facendolo sentire meno solo e spaventato. Con un artificio, che funziona perché è un bimbo o forse perché è solo un romanzo, riesce a donargli una speranza e a riempire i suoi ultimi giorni di vita. Quello che conta più di ogni altra cosa è che sa guardare oltre l’orrore della malattia e pur non negandolo non si lascia impaurire e continua a considerare Oscar una persona e a farlo sentire tale fino alla fine, tanto che la relazione di aiuto che riesce ad istaurare si dimostra efficace e credibile. Nonna Rosa gli racconta d’essere un’ex lottatrice di catch: la Strangolatrice della Languedoc! Nei suoi combattimenti aveva battuto molte avversarie. Lo affascinano le sue storie  e lo conquista con un gioco fondato sull’ antica leggenda dei dodici giorni divinatori: fingere che ognuno di questi pochi giorni di vita che gli restano durino dieci anni. Ogni decennio vissuto presenterà gioie e dolori che Oscar potrà offrire a Dio in una lettera quotidiana, in cui gli chiederà di soddisfare un desiderio.
Oscar non è stato allevato religiosamente, per cui inizia questo dialogo con diffidenza e impaccio, ma a poco a poco, indirizzato dall’esuberante e affettuosa vecchietta, scopre un nuovo modo di vedere se stesso e gli altri e un nuovo modo di comunicare, che cambierà per sempre la vita di chi si troverà vicino a lui in quegli ultimi giorni aperti sull’infinito.

 Un giorno i due si trovano nella cappella dell’ospedale e al cospetto del Crocefisso si svolge questo toccante dialogo:
“Rifletti Oscar. A chi ti senti più vicino? Ad un Dio che non prova niente o a un Dio che soffre?”
“A quello che soffre, ovviamente. Ma se fossi lui, se fossi Dio, se, come lui, avessi i mezzi, avrei evitato di soffrire”
“Nessuno può evitare di soffrire, né Dio né tu. Né i tuoi genitori, né io”.
“Bene d’accordo ma perché soffrire?”.
“Per l’appunto c’è sofferenza e sofferenza. Guarda meglio il suo viso. Osserva. Sembra che soffra?”
“No. È curioso. Non sembra che abbia a male”.
“Ecco. Bisogna distinguere due pene, Oscar, la sofferenza fisica e la sofferenza morale. La sofferenza fisica la si subisce, la sofferenza morale la si sceglie”.
“Non capisco”.
“Se ti piantano dei chiodi nei polsi o nei piedi, non puoi far altro che avere male. Subisci.  Invece, all’idea di morire, non sei obbligato ad avere male. Non sai che cosa è. Dipende dunque da te”.
“Le persone temono di morire perché hanno paura dell’ignoto. Ma perl’appunto cos’è l’ignoto? Ti propongo, oscar, di non aver paura ma fiducia. Guarda il viso di Dio sulla croce: subisce il dolore fisico, ma non prova dolore morale perché ha fiducia. Perciò i chiodi lo fanno soffrire meno. Si ripete: mi fa male ma non può essere un male. Ecco! È questo il beneficio della fede. Volevo mostrartelo”.

La nostra Dama in Rosa riesce in questo modo ad insegnare ed Oscar ad imparare il significato autentico della fede: affidarsi con fiducia, nonostante tutto, superando così la disperazione e conquistando la pace interiore. Questo nuovo modo di porsi di fronte all’esistenza può essere conquistato se si “lavora” in questa direzione e non è mai troppo tardi per recuperare una sì vitale consapevolezza.

In ogni lettera si mettono in luce i problemi e le caratteristiche dell’età che sta vivendo, aggiungendo un tocco di sana ingenuità derivata dai suoi anni effettivi.  Vive l’adolescenza e poi la maturità, si sposa con Peggy Blue ed è preoccupato perché non ha figli e “per fare figli bisogna avere tempo da dedicare”.
La piccola moglie deve affrontare un delicato intervento, allora chiede a Nonna Rosa il motivo per cui Dio permette che ci siano persone che soffrono.  La donna gli risponde:

È una fortuna che sia così, Oscar, perché la vita sarebbe meno bella senza di voi (…). La malattia è come la morte. È un fatto. Non una punizione.

Raggiunge la vecchiaia e comprende che la vita è un grande mistero denso di significato. Peggy e Oscar passano alcune sere a leggere il dizionario medico: lei vuole approfondire le malattie per capire quali potrà avere in futuro; Oscar invece cerca inutilmente le parole che gli interessano: Vita, Morte, Fede, Dio e si chiede perché non siano scritte. Nonna Rosa, interpellata gli fa notare che questo è la prova che né la vita, né la morte, né la fede, né la persona sono delle malattie.

Oscar arriva così alla veneranda età dei cento anni e fa un bilancio della propria vita: all’inizio si sopravvaluta questo regalo, la percepisce come dono e si crede di aver ricevuto la vita eterna. Poi lo si sottovaluta, lo si trova scadente, troppo corto, si sarebbe quasi pronti a gettarlo. Infine ci si rende conto che non era un regalo, ma solo un prestito ed allora si cerca di meritarlo.

A centodieci anni Oscar è pronto per morire.
Il libro termina con le parole che Nonna Rosa rivolge a Dio.

Caro Dio il ragazzino è morto. Si è spento stamattina durante la mezz’ora in cui io e i suoi genitori siamo andati a prendere un caffè. Lo ha fatto senza di noi. Penso che abbia aspettato quel momento per risparmiarci. Come se volesse evitarmi la violenza di vederlo scomparire. Era lui in realtà a vegliare su di noi. (…) Grazie a lui ero divertente, inventavo delle leggende, me ne intendevo perfino di cacth. Grazie a lui ho riso e ho conosciuto la gioia. Mi ha aiutata a credere in te.

Oscar se ne era andato lasciando sul comodino un biglietto con scritto:
“Solo Dio ha il diritto di svegliarmi”.

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