In questi giorni in cui più spesso i nostri occhi guardano al Cielo per scorgere i volti dei Santi - ricordando oggi il nostro compatrono san Carlo - proponiamo di tracciare una spiritualità dell'oratorio a partire da quei santi che a pieno titolo possono essere detti "dell'oratorio".

Don Stefano Guidi
Direttore della Fondazione Oratori Milanesi

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Esistono i santi dell’oratorio? È davvero bella la tradizione che assegna ogni oratorio ad un santo. Sarebbe interessante individuare il santo più diffuso. Che ha più audience tra gli oratori. San Luigi o don Bosco? Sant’Agnese o san Giuseppe?

 

Mi sono divertito a rintracciare una specie di spiritualità dell’oratorio a partire dai santi che hanno amato, vissuto e creato l’oratorio nei secoli.

 

L’oratorio che viviamo oggi è in un certo senso in debito verso ciascuno di essi. Attenzione però: molti padri e madri dell’oratorio sono perlopiù sconosciuti. In effetti, è andata proprio così. Ci sono i grandi santi e accanto a loro, e a volte anche prima di loro, c’è la gente comune.

 

Per fare un oratorio ci vuole la gente comune. Tanta gente, che si mette insieme, che si coinvolge, che sceglie il bene e lo pratica. Come Giuseppe Figino, un barbiere della Milano di inizio 800, che non amava molto vedere i ragazzi del quartiere giocare per le strade nell’indifferenza generale, e decide di accoglierli nel suo cortile, per farli giocare al sicuro. E poi, nelle pause tra un gioco e l’altro, li faceva cantare e pregare. In realtà, è proprio così: ad un oratorio che si rispetti non può mancare un cortile, e chi lo apre, lo pulisce e poi lo chiude. Un oratorio che vuole essere tale, deve avere un cuore che accoglie.

 

Per fare un oratorio ci vuole inquietudine. Proprio come quella del giovane prete don Giovanni Bosco. Le biografie più accreditate raccontano di un don Bosco impegnato a capire come spendere la sua vocazione e a tentare qualche esperienza educativa, già abituale nella Torino di allora. Si racconta ancora che don Bosco affidava volentieri le sue domande e dubbi al suo direttore spirituale e ad altri amici fidati. Per cui, pian piano, riuscì ad intuire la strada. Ad indicare la rotta furono gli incontri: con i ragazzi delle carceri, con i troppo piccoli e già troppo sfruttati manovali dello sviluppo industriale torinese. Il suo cuore inquieto si lasciò colpire, provocare e ferire da tutto questo. E così, un oratorio, se vuole essere tale, deve avere un cuore inquieto.

 

Per fare un oratorio ci vuole la gioia. Sempre parlando di cuore, sappiamo che san Filippo Neri ha un cuore speciale: così pieno di fede, gioia di Dio e Spirito Santo, da non starci più dentro. Quasi da scoppiare. Un cuore così grande che – secondo gli studiosi più seri – gli ha dilatato il torace di qualche millimetro. Uno così non passa inosservato. San Filippo non cercava successo e pubblico. Ma, a Roma, dopo un po’, tutti lo cercavano. Perché siamo tutti affamati di gioia, e non ci rassegniamo finchè non la troviamo. A pensarci bene, un oratorio, se vuole essere tale, deve avere un cuore dilatato dalla gioia.

 

Per fare un oratorio ci vuole lo Spirito. Il giovane Carlo Borromeo aveva il destino segnato: un posto d’onore nella Chiesa, diventare Cardinale, e forse anche Papa. Non lo vorremmo dire, ma il cuore del futuro san Carlo, era anche un po’ disobbediente, non perfettamente in linea con i progetti di chi aveva già pianificato la sua vita. Il giovane Carlo si lascia prendere dal Vangelo. Non gli basta il titolo d’onore. Vuole essere veramente di Gesù. Così, diventato Vescovo di Milano, ci mette tutta l’anima e l’energia che ha per curare la grande famiglia della nostra Diocesi. Non tutti sanno che san Carlo ha dato un grande impulso alla cura dei ragazzi e dei giovani nelle parrocchie: ha iniziato ad organizzare il catechismo, ha formato gli educatori, i catechisti e i preti, perché tutti i ragazzi avessero la possibilità di conoscere bene Gesù. E infatti, un oratorio, che vuole rispettare la sua missione, annuncia a tutti i ragazzi il Vangelo di Gesù. Un oratorio che vuole essere tale, deve avere un cuore che annuncia.

 

Per fare un oratorio ci vuole intuito e profezia. Con il beato Cardinale Ferrari, l’oratorio diventa virale. Da Vescovo di Milano decide che in ogni parrocchia deve esserci un oratorio. In un battibaleno tutti si mettono all’opera. E da pochi che erano, gli oratori non si contano più. E così, tutti i ragazzi hanno un cortile dove giocare, pregare, crescere e diventare amici. In effetti, gli oratori sono proprio dappertutto e tutti ci possono andare. Frequentare l’oratorio non è difficile. È a portata di mano. Perché Dio è così: ti cerca dove sei, ti viene incontro, a casa tua. Un oratorio che vuole essere tale, deve avere un cuore missionario.

Ecco i santi dell’oratorio!

 

 

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