Nel Cinema Teatro Manzoni la meditazione di Betta Sormani e Tullio Cottatellucci, della Comunità di Villapizzone. Il video della meditazione

di Francesca LOZITO

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due giovani fidanzati seduti su una panchina fuori di casa. amore, fidanzamento, gioventù.

Costruire relazioni non vuol dire solo avere cura di chi si ha di fronte. Perché in quella cura c’è sì la custodia degli altri, ma anche la crescita di se stessi. È uno dei punti centrali della catechesi tenuta da Betta Sormani e Tullio Cottatellucci, dell’associazione Mondo di Comunità e famiglia di Villapizzone, nel secondo appuntamento del ciclo promosso dalla diocesi, tenutosi giovedì sera al Cinema Teatro Manzoni di Busto Arsizio avendo come centro della riflessione il versetto della Genesi «Non è bene che l’uomo sia solo».

Nel box a lato il video della meditazione.

Betta e Tullio sono sposati da ventisei anni, stanno insieme da più di trenta. «Ci siamo conosciuti all’università studiando Medicina – hanno raccontato -. Avevamo una comune storia nello scoutismo e tante altre affinità. Poi sono arrivate anche le differenze. Abbiamo cercato di vivere una vita buona, che rispondesse al desiderio di bene e di bello che sentivamo nel cuore. Così siamo arrivati alla comunità di famiglie di Villapizzone, dove viviamo da 20 anni. Un luogo e uno stile di vita condivisa che ci ha facilitato nella relazione di coppia e nelle relazioni familiari e ci ha permesso di crescere come famiglia accogliente, sobria e felice. Non è stato facile e non è facile. Ma è un percorso di liberazione».

Tullio è medico di base, Betta si occupa dell’associazione Mondo comunità e famiglia di Villapizzone. Hanno quattro figli propri e hanno sempre fatto accoglienza in casa. Nei primi anni di matrimonio per un anno mezzo sono stati in in Bolivia: «Tutto per noi è sempre stato all’interno di un percorso fatto passo dopo passo, in cui abbiamo scelto di centrare la nostra vita sulla relazione di coppia-famiglia, lavorando e vivendo come tutti, ma tenendo come bussola la sobrietà e la libertà».

Ai giovani che hanno preso parte alla catechesi hanno ricordato che «la sessualità è fondamentale nella vita di ciascuno e non esiste al di fuori da una relazione di coppia autentica che cammina e che cerca il bene. Bisogna essere consapevoli che non è data una volta per tutte, ma è un percorso da curare e custodire. È, inoltre, uno strumento di comunicazione fondamentale insieme alla parola, all’ascolto, al tempo passato insieme: è incarnazione dell’Amore».

La conoscenza è il nodo attraverso il quale passa la relazione: «Essa richiede una condivisione, una comunicazione, conoscersi come coppia nel tempo. Più ci si conosce, più ci si scopre diversi. Questo aspetto va curato, perché se ognuno dei due lo fa, tutti si sentono valorizzati e accolti così come sono». Perché la relazione possa essere curata, però, ci vuole il giusto tempo: «Questa oggi è la ricchezza più difficile da coltivare perché ne abbiamo poco, perché non ci fermiamo. E invece quando ci si ferma si riesce ad avere più cura».

Ovviamente il lavoro in questo ambito e i ritmi forsennati che alle volte impone non aiutano. E allora una facilitazione può venire dal non essere soli: la relazione di coppia sta in piedi anche quando è relazione con gli altri: «Non bisogna aver paura di questo – hanno concluso i due coniugi -. Oggi c’è tanta richiesta di relazione, stare da soli è molto difficile. Per noi, per esempio, la comunità è il luogo in cui viviamo la nostra autonomia individuale. E nello stesso tempo proprio qui ci sono spazi che ci sono affidati, tempi condivisi quotidiani come il cortile, la casa comune. E, infine, c’è l’aspetto della solidarietà».

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