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Dalla diagnosi alla terapia: come può guarire la comunicazione ecclesiale

Non basta riconoscere i limiti: occorre cambiare. Dalla newsletter mirata al progetto comunicativo permanente, ecco la possibile cura per una Chiesa che vuole tornare a parlare al mondo.

don Luca Fossaticollaboratore Ufficio Comunicazioni Sociali

25 Febbraio 2026

Dopo aver analizzato le fragilità croniche della comunicazione ecclesiale, è tempo di individuare strumenti e strategie concrete per ripartire. Servono canali adeguati, contenuti pensati per le persone reali e soprattutto un progetto comunicativo chiaro, dinamico e condiviso. Perché migliorare implica necessariamente cambiare.

Il coraggio di cambiare

“Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla.” La frase di Martin Luther King, già citata nella nostra diagnosi, diventa ora un appello operativo. Non basta constatare che la comunicazione ecclesiale fatica a intercettare il mondo contemporaneo: occorre decidere di intervenire.

Del resto, come ricordava Winston Churchill, non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare. È una logica evangelica prima ancora che strategica: conversione significa anche revisione dei linguaggi e degli strumenti.

Strumenti nuovi, mentalità nuova

Se vogliamo davvero curare il paziente, dobbiamo ripensare gli strumenti. Non si tratta di adottare l’ultima piattaforma di moda, ma di scegliere canali adeguati e coerenti con ciò che desideriamo comunicare.

Una newsletter periodica, ad esempio, può diventare uno strumento prezioso se pensata in modo mirato, differenziata per interessi, fasce d’età e ambiti tematici. Non un bollettino generico, ma un contatto diretto, personale, pertinente.

I social network possono trasformarsi da semplici bacheche di avvisi a spazi narrativi dove raccontare la vita della comunità, mostrando volti, storie, percorsi. Anche i contenuti video, se ben realizzati, possono offrire momenti di formazione e catechesi accessibili, comprensibili, condivisibili.

Serve poi una comunicazione chiara, quasi “tutorial”, dedicata ai passaggi fondamentali della vita. Se nasce un figlio, quali proposte offre la comunità cristiana? Se una coppia desidera sposarsi, quale cammino può intraprendere e quale significato profondo racchiude quel passo? Se si affronta un lutto o la malattia di una persona cara, quali parole e quali gesti può offrire la Chiesa? Sono domande concrete, vissute da persone reali, che meritano risposte altrettanto concrete.

Anche i canali di messaggistica, se utilizzati con misura e intelligenza, possono essere utili per le informazioni rapide. Ma con una condizione imprescindibile: ordine, chiarezza, moderazione.

E poi, senza ironia ma con decisione, occorre sistemare le bacheche. Poche informazioni essenziali, chiare, aggiornate. Anche il mondo fisico comunica, e spesso comunica disordine.

Il cuore della terapia: il progetto comunicativo

Tuttavia, nessuno strumento funziona senza una visione. Se esiste un progetto comunicativo, spesso risale a molti anni fa e non è più stato ripreso in mano. Se non esiste, dovrebbe diventare la prima preoccupazione.

Il progetto comunicativo non è un documento ornamentale né un adempimento formale. È lo strumento di lavoro, il piano strategico, il punto di riferimento che orienta scelte, linguaggi e priorità. Senza di esso, il rischio è quello di inviare messaggi scoordinati, frammentari, generando un’impressione di caos o di comunità disgregata.

Al contrario, un progetto condiviso aiuta a razionalizzare le forze, coordinare le campagne, evitare sovrapposizioni, valorizzare competenze. Permette di capire chi comunica, cosa comunica, a chi e con quale obiettivo.

Una “perenne bozza” rivolta al futuro

Il progetto comunicativo, però, non deve essere concepito come un documento statico. Deve essere una “perenne bozza”, un testo vivo, modificabile, integrabile, rivedibile. La comunicazione cambia perché cambia il mondo; e il mondo cambia con una rapidità crescente.

Il primo passo sarà una revisione onesta dell’esistente: strumenti, attori coinvolti, tipologie di messaggi, destinatari reali. Solo partendo da ciò che c’è si può costruire ciò che manca.

Ma lo sguardo deve essere rivolto anche al futuro. Occorre osservare le evoluzioni in corso, intercettare le nuove abitudini comunicative, coltivare un pizzico di ambizione nel definire traguardi e obiettivi. Sempre, però, con lucido realismo: non tutto è possibile, non tutto è sostenibile, ma molto può essere migliorato.

La comunicazione ecclesiale può guarire. Non con soluzioni improvvisate o con l’entusiasmo di una stagione, ma con una conversione stabile di mentalità e metodo.

Perché comunicare, in fondo, non significa semplicemente diffondere informazioni: significa rendere visibile una presenza, raccontare una speranza, aprire uno spazio di incontro.