Wild Horse Nine è un film straordinario, ma non è facile dire perché. Serve l’immagine di uno stormo nel cielo. Con uno zoom stretto su un singolo uccello lo spettacolo sarebbe piuttosto ordinario. Man mano che si allarga l’inquadratura, con più uccelli in volo, si inizia a vedere forme e movimenti che incantano.
La sceneggiatura di Martin McDonagh è piena di dettagli che singolarmente direbbero poco. Sono elementi narrativi come l’effigie di un nano con un pallone da basket su una valigetta, un cavallo vicino a una strada, un registratore di audiocassette, due ragazze troppo curiose in aeroporto. Sembrano casuali, invece sincronizzati nel film si incastrano in una storia dove tutto serve a creare un mondo narrativo in armonia. Si offre una risata per ogni pensiero profondo, sorpese nella storia quanto nelle emozioni. Il tutto con grandi interpretazioni.
La trama
Nel Cile del 1973 due agenti della CIA (gli attori John Malkovich e Sam Rockwell) hanno tramato per rendere possibile il golpe contro Allende. Chris, il più anziano sta morendo e ha problemi di memoria. A confronto con la fine sta scrivendo le sue memorie, ma qualcuno si vuole impadronire di quei documenti, contenenti le prove di decenni di influenza dei servizi segreti sulla politica di altri stati. Chi è che le vuole, e come mai i due, dopo il Cile, si sono recati nell’Isola di Pasqua?

McDonagh ha un’ironia nerissima. Si ride di cose drammatiche, ed è normale sentirsi a disagio dopo averlo fatto. Mette cacciatori di teste di fronte ad altre teste, quelle sacre (le Moai). Approdato in un luogo spirituale, ecco sorgere un dubbio: tutte le persone che hanno ucciso per conto di altri, tutti i successi ottenuti a costo di vite umane, il “dovere” compiuto senza rimorso anche quando si è trattato di un atto di violenza, che mondo hanno plasmato?
Dopo Una battaglia dopo l’altra il cinema americano torna a occuparsi delle rivoluzioni fatte, desiderate e tramandate. Wild Horse Nine lo fa costruendo un mondo cinematografico dai toni coloratissimi. Stare lì dento, genera nello spettatore qualcosa di spiazzante: dimostra che al cinema, quando il regista conosce gli angoli oscuri dell’animo umano, ci si può commuovere anche per un assassino.






