Il trionfo del giovane argentino era scontato. Ma la sua netta affermazione insegna a non arrendersi ai propri limiti e a non lasciarsi schiacciare dalla pressione

di Mauro COLOMBO
Redazione

Alzi la mano chi è rimasto sorpreso dalla conquista del Pallone d’oro 2009 da parte di Lionel Messi. Quando un calciatore nella stessa stagione trascina la propria squadra (il Barcellona) alla vittoria della Liga (il campionato spagnolo) e della Champions League (andando tra l’altro a segno nella finale), l’assegnazione del principale trofeo individuale a livello europeo – ma esteso anche ai giocatori extra-europei che giocano nei tornei continentali – appare più che scontata. Al di là dell’ovvietà, tuttavia, dietro l’affermazione del piccolo argentino ci sono due aspetti meritevoli di sottolineatura, che portano con sé due insegnamenti.
Prima lezione: non arrendersi mai ai propri limiti. Messi soffre di una disfunzione congenita all’ormone della crescita. Per questo motivo non arriva all’altezza media di un calciatore e risulta forse più piccolo anche rispetto alla maggior parte degli uomini. Che sia un vantaggio oppure no, è tutto da stabilire. Per alcuni la statura ridotta e il baricentro basso facilitano il controllo di palla, la velocità e l’imprevedibilità dei movimenti. Per altri, invece, si tratta di un handicap che potrebbe comportare un precoce declino agonistico (così come precoce è stata l’esplosione di Messi che – non dimentichiamolo – ha solo 22 anni). Comunque sia, “Leo” non si è pianto addosso: preso atto della disfunzione, ha imparato a conviverci senza che questa compromettesse i suoi sogni di gloria.
Seconda lezione: reggere alla pressione. Messi è un predestinato da sempre, fin da quando, poco più che ragazzino, attraversò l’oceano per entrare nelle giovanili del Barcellona. Ha scalato in fretta tutte le tappe, diventando una bandiera della società catalana. Anzi, il simbolo assoluto, visto che i dirigenti blaugrana hanno sacrificato sull’altare della sua affermazione prima Ronaldinho e poi Eto’o. Ma le grandi aspettative riposte sul giovane argentino non lo hanno schiacciato, anzi hanno finito per esaltarlo. Una lezione anche per tanti giovani italiani, che si adagiano sugli allori dei primi successi oppure non si rivelano maturi al punto tale da gestire con equilibrio la gloria sopraggiunta. Alzi la mano chi è rimasto sorpreso dalla conquista del Pallone d’oro 2009 da parte di Lionel Messi. Quando un calciatore nella stessa stagione trascina la propria squadra (il Barcellona) alla vittoria della Liga (il campionato spagnolo) e della Champions League (andando tra l’altro a segno nella finale), l’assegnazione del principale trofeo individuale a livello europeo – ma esteso anche ai giocatori extra-europei che giocano nei tornei continentali – appare più che scontata. Al di là dell’ovvietà, tuttavia, dietro l’affermazione del piccolo argentino ci sono due aspetti meritevoli di sottolineatura, che portano con sé due insegnamenti.Prima lezione: non arrendersi mai ai propri limiti. Messi soffre di una disfunzione congenita all’ormone della crescita. Per questo motivo non arriva all’altezza media di un calciatore e risulta forse più piccolo anche rispetto alla maggior parte degli uomini. Che sia un vantaggio oppure no, è tutto da stabilire. Per alcuni la statura ridotta e il baricentro basso facilitano il controllo di palla, la velocità e l’imprevedibilità dei movimenti. Per altri, invece, si tratta di un handicap che potrebbe comportare un precoce declino agonistico (così come precoce è stata l’esplosione di Messi che – non dimentichiamolo – ha solo 22 anni). Comunque sia, “Leo” non si è pianto addosso: preso atto della disfunzione, ha imparato a conviverci senza che questa compromettesse i suoi sogni di gloria.Seconda lezione: reggere alla pressione. Messi è un predestinato da sempre, fin da quando, poco più che ragazzino, attraversò l’oceano per entrare nelle giovanili del Barcellona. Ha scalato in fretta tutte le tappe, diventando una bandiera della società catalana. Anzi, il simbolo assoluto, visto che i dirigenti blaugrana hanno sacrificato sull’altare della sua affermazione prima Ronaldinho e poi Eto’o. Ma le grandi aspettative riposte sul giovane argentino non lo hanno schiacciato, anzi hanno finito per esaltarlo. Una lezione anche per tanti giovani italiani, che si adagiano sugli allori dei primi successi oppure non si rivelano maturi al punto tale da gestire con equilibrio la gloria sopraggiunta.

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