Dopo la prescrizione che lascia l’amaro in bocca, restano solo i veleni di Palazzo. Credibilità azzerata, anche se la grande truffa è stata provata

di Leo GABBI

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Era stato definito il più grande scandalo della storia del nostro calcio: ora, dopo l’ultimo verdetto della Cassazione, scopriamo che tutto è svanito nel nulla, in una prescrizione che lascia l’amaro in bocca o addirittura in assoluzioni clamorose. Un epilogo all’italiana, quindi, quello di Calciopoli 2006, con quasi dieci anni di processi, accuse, carte bollate, retrocessioni e veleni infiniti che si chiudono con una gigantesca bolla di sapone. Tutti – o quasi – assolti, come nei grandi misteri d’Italia, dall’Italicus a Piazza Fontana, che a distanza di decenni non hanno (e forse non avranno mai) ancora un colpevole.

Una sorta di colpo di spugna di fronte a quel terremoto che costò la retrocessione della Juventus in serie B, nonché l’annullamento di due scudetti vinti e la contestatissima assegnazione di uno di questi all’Inter. Eppure, se si leggono in controluce, le motivazioni della Corte suprema sanciscono in maniera definitiva e irrevocabile che il massimo campionato di calcio italiano fu davvero gestito da un’organizzazione criminale, che falsò il torneo pilotando designazioni arbitrali. Peccato, però, che di colpevoli veri – e soprattutto di condannati – non se ne vedano neppure tra gli arbitri (a eccezione di uno) che dovevano essere il braccio armato di questa “banda”.

Tempo scaduto, quindi, anche in presenza di reati, ma con il mondo del calcio che perde un’ulteriore fetta di credibilità. Così nessuno finisce dietro le sbarre, anche se il meccanismo delle partite truccate per far vincere qualcuno ai danni di un altro c’era eccome, ed è stato pure provato. È questo però che fa più rabbia: vedere che alla fine i furbastri la fanno comunque franca. Anche se resta, nero su bianco, la certezza che Calciopoli non fu una macchinazione, che quella macchina ben oliata per far pendere i risultati da una parte, piuttosto che da un’altra, è esistita davvero, con una montagna di prove a carico.

Così, mentre sul web torna a infuriare la faida mediatica tra juventini e interisti, l’opinione pubblica di mezzo mondo ci guarda e scuote la testa, perché ancora una volta capisce che in Italia la certezza della pena, resta una chimera a qualsiasi livello. E i tifosi? Basiti sul fronte Calciopoli, ma reattivi su quello del calcio-scommesse, tanto che a Bergamo si è costituito un Comitato per la “Tutela del diritto alla passione”, con tanto di class action per promuovere iniziative legali collettive, in ambito civile e penale, per la tutela dei diritti di tutti gli appassionati e tifosi di calcio, in caso di frode. Un primo passo, meglio che niente.

 

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