L’intervento dell’Arcivescovo al convegno in Ambrosiana su “Scuola, religione, nuove generazioni. Esperienza giuridica e risorse del futuro”, patrocinato dalla stessa Biblioteca, dall’Università di Brescia e dall’Arcidiocesi

di Annamaria Braccini

Convegno Ambrosiana

“Scuola, religione, nuove generazioni. Esperienza giuridica e risorse del futuro”: questo il tema del convegno svoltosi oggi nella Sala delle Accademie della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana, con il patrocinio dell’Università di Brescia, dell’Arcidiocesi e della stessa Ambrosiana. Una mattinata di studi di alto profilo accademico – conclusa dall’intervento dell’Arcivescovo – che, tuttavia, propone ciò che è chiaro a tutti nella sua semplicità: ossia che oggi viviamo in un’emergenza educativa nella quale riflettere sul “fattore scuola” si fa ancora più urgente e necessario.

Le relazioni

Dopo la relazione di Carlo Cardia, professore emerito di Diritto ecclesiastico all’Università degli Studi di Roma Tre, su «L’esperienza italiana. Dalla tradizione risorgimentale alla libertà religiosa», è Lorenza Violini, professore ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Milano («Pluralismo e libertà della scuola nell’età della globalizzazione»), a delineare un orizzonte di riferimento, certamente non roseo sulla questione, «anche se la realtà va sempre valutata in una prospettiva positiva – osserva -. Bisogna fare pressione sui valori costituzionali che ci guidano, in un momento in cui l’uomo, proprio per il progresso nei suoi saperi, vive la tecnica dominante che porta all’attrattiva dell’utilità e a chinarsi di fronte agli interessi, rinunciando alla verità. Occorre ribadire la libertà e il pluralismo con libertà di scelta per le famiglie: ciò è fondamentale e da rimettere a tema. Ricordiamo che le statistiche ci dicono che due anni fa sono state chiuse più di 400 scuole. Dobbiamo valorizzare il territorio, il ruolo delle Regioni, fare rete, sottolineando il valore delle realtà associative perché il sistema resti plurale».

Chiara Minelli, professore ordinario di Diritto ecclesiastico e canonico all’Università degli Studi di Brescia affronta il tema dell’«Alleanza tra scuola e famiglia. Magistero ecclesiale ed esperienza giuridica»: «La sinergia tra scuola e famiglia è irrinunciabile laddove siano in gioco le convinzioni religiose e filosofiche dei genitori. L’alleanza tra scuola e famiglia è entrata in crisi perché è venuta meno la fiducia reciproca. È una crisi che scopre la malattia della relazione. Vi è qualcosa di profondamente disarmonico nel nostro tempo: è il patto educativo che si è rotto». Qual è allora la strada da percorrere? «Cercare vie di speranza perché educare, come dice papa Francesco, è sostanzialmente un’esperienza di speranza. In questo grande cantiere aperto occorre bilanciare bene i passi, facendosi carico di sicurezza e rischi dell’educazione. La crisi più grande nell’educazione cristiana è la mancanza di apertura alla trascendenza, ma la verità ci rende buoni e la bontà è vera, come ha insegnato papa Benedetto XVI. Così si potranno utilizzare i tre linguaggi che una persona adulta deve saper usare, la lingua della mente, del cuore e delle mani. Educare alla verità significa avere dei testimoni perché la figura del testimone, di gran lunga eccedente il buon esempio, inquieta l’attrazione e crea catene di relazioni».

L’Arcivescovo: scuola ed educazione

Infine, le conclusioni dell’Arcivescovo, che nel suo intervento su «La formazione delle nuove generazioni. Il nostro futuro», approfondisce «la complessità dell’avventura educativa inserendola nel contesto scolastico».

«Nell’ambiente scolastico tornano due parole che aiutano a capire cosa si sta facendo quando si fa scuola – dice -: la prima è formazione, che significa dare forma, inserire la persona dentro una forma perché possa corrispondere alle aspettative del formatore. Questo, mi pare, che sia l’orientamento di una scuola che vuole formare per un’utilità sociale e che, quindi, è più a servizio dell’istituzione e della produzione che della persona. La seconda parola è educazione, nell’accezione di educere – trarre fuori, che ha a cuore che la persona porti alla luce le potenzialità che ha dentro di sé. Ciò è a servizio della persona, ma sottolinea una sorta di individualismo, esasperando una soggettività che può portare a solitudine e all’enfasi sull’io».

Come a dire, se la prima direzione indica la formazione di utili operai perché la produzione prosegua, l’altra, porta a formare «soggetti che si impongono a prescindere dal contributo che da loro ci si aspetta per la costruzione del bene comune». In ogni caso, entrambe sono riduttive. Allora «chiunque abbia a cuore le nuove generazioni, non può prescindere dalla parola vocazione che è l’espressione più comprensiva dell’opera educativa, intesa nel senso più propriamente teologico, per cui la maturazione non può che fare riferimento a Dio, al Creatore».  

In questo quadro più completo, la vocazione, che è “chiamata”, riassume sia l’aspetto di servizio – ossia la capacità di acquisire competenze per rendersi utili -, sia l’aspetto di far emergere ciò che vi è nella persona. La comprensione più piena del percorso educativo e della proposta formativa mette così in evidenza «che la libertà ha una dimensione relazionale, che il compimento della libertà non è la solitudine dell’arbitrio, ma la risposta a una chiamata. Inoltre che la formazione, l’educazione e l’istruzione devono essere qualificate come accompagnamento vocazionale e non soltanto professionale o culturale. In terzo luogo, bisogna offrire una competenza che favorisca un esercizio critico nel pensare, nel giudicare, nell’incontrare la cultura e la storia. In questa logica, la formazione umanistica è irrinunciabile. Infine, l’accompagnamento vocazionale è una possibilità di trasmettere abilità e competenze tecniche. Vocazione, quindi, non come predestinazione a fare qualcosa, quanto una provocazione a vivere in una certa dimensione il rapporto con il trascendente».

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