Nella parrocchia dei Ss. Quattro Evangelisti la Messa per il Vicequestore caduto in servizio nel 2002, a cui poi sono stati intitolati i giardini di viale Cermenate

di Annamaria BRACCINI

Scrofani

Uomini e donne che hanno un’inestirpabile passione per il bene e, per questo, vogliono aggiustare il mondo. Magari offrendo la loro stessa vita, come il vicequestore Paolo Scrofani, medaglia d’oro al Valore civile, morto il 29 giugno 2002, a 40 anni, a causa delle gravissime ferite riportate per un’esplosione causata da un inquilino moroso barricatosi nel proprio appartamento.

Una tragedia avvenuta in quel viale Giovanni da Cermenate in cui è situato anche il giardino che viene intitolato a questo indimenticato servitore dello Stato, alla presenza dei parenti e delle autorità, con la benedizione dell’Arcivescovo. Che appena prima aveva presieduto la celebrazione eucaristica nella parrocchia dei Santi Quattro Evangelisti, dove trovano posto la vedova, la madre, la figlia e anche il piccolissimo nipote, che si chiama Paolo Angelo: quasi un segno vivo della vita che non muore, della speranza che rinasce nella memoria, pur dolorosa, di chi si è sacrificato per il bene comune.

Appunto, cercando «di aggiustare il mondo», come scandisce nell’omelia l’Arcivescovo, cui sono accanto a concelebrare i cappellani della Polizia di Stato, don Gianluca Bernardini (che rivolge il saluto iniziale citando con commozione Scrofani) e don Paolo Volpato. In prima fila siedono il capo della Polizia Franco Gabrielli, il sindaco Beppe Sala, il prefetto Renato Saccone e il questore Sergio Bracco, sono presenti molti rappresentanti delle Forze dell’Ordine, autorità civili e militari.  

L’omelia dell’Arcivescovo

«Uno sguardo realistico sul mondo non può nascondersi il fatto che il mondo è danneggiato. Non si può essere pessimisti e vedere tutto in rovina e parlare male di tutto: del mondo, del pianeta, dell’uomo, della società. Il mondo e la società continuano a essere spettacoli meravigliosi, ma non si può però neppure essere ingenui e ignorare i danni che infliggono uomini e donne distratti o scriteriati o perversi hanno danneggiato il mondo e la società», osserva subito l’Arcivescovo, parlando anche dei comportamenti umani in tale «mondo danneggiato». Da «quelli che girano la testa dall’altra parte, che vanno per la loro strada pensando solo a se stessi», a coloro che «si sentono minacciati, vedono pericoli e insidie e cercano di tirarsi fuori», per arrivare, al contrario, a quelli «che vedendo il mondo danneggiato vi riconoscono una provocazione, una vocazione e si fanno avanti per mettere mano all’impresa di aggiustare il mondo».

Come fu il vicequestore Scrofani, esempio di «uomini e donne come tutti che non sono infallibili, ma che si distinguono perché hanno dentro un’ inestirpabile simpatia per il bene, un gusto del bello, una cura per l’ordine, una passione per la gioia, e, perciò, provano dispiacere nel vedere le ferite del mondo». Persone non «onnipotenti», ma che «sentono la responsabilità per quel pezzetto di mondo che abitano. Che sia la famiglia, l’ufficio, il quartiere, sentono di essere responsabili. Non lo fanno solo per dovere, non solo negli orari prescritti, non solo in qualche luogo o in qualche tempo. Dovunque si trovino, in qualunque momento, se vedono un danno, cercano di aggiustarlo».

E tutto questo con la persuasione di avere una vocazione e una chiamata a cui rispondere ogni giorno e “quel giorno” davanti al Signore. «Uomini e donne che hanno stima di sé, ma non sono presuntuosi e sanno di poter fare bene. Si distinguono perché mettono nel conto i sacrifici, le fatiche e i rischi. Non si scandalizzano se invece che sentirsi dire grazie ricevono critiche, lamenti, sospetti: sanno che il bene si fa perché è bene e non perché si ricevono premi e applausi. Ci sono uomini e donne come il commissario Scròfani, gente che mette mano all’impresa di aggiustare il mondo». Così – suggerisce l’Arcivescovo -, ci si mette sulla stessa strada di Gesù: «Quanto sono simili a Gesù coloro che hanno dato la vita per aggiustare il mondo».

Poi, a conclusione della celebrazione, le note del Silenzio e la preghiera a san Michele Arcangelo, patrono della Polizia di Stato, prima di recarsi presso il vicino giardino per l’intitolazione e la benedizione.

Il saluto delle istituzioni

Qui, davanti alla targa scoperta tra gli applausi con i militari sugli “Attenti” e con tanti cittadini che formano una silenziosa corona di affetto e riconoscenza, prendono brevemente la parola il Sindaco, la vedova Emma Ivagnes e il Capo della Polizia.

Sala sottolinea: «Il ricordo di persone così deve aiutare tutta la comunità e, soprattutto, i giovani che devono decidere da che parte stare, con chi ripara il mondo o con modelli tragici. Per tale ragione Milano fa questo gesto e non dimenticherà mai».

La vedova, anch’essa in Polizia, guarda il nipotino Paolo e, ringraziando l’Arcivescovo, i colleghi e i cittadini, dice: «La fede è la nostra vera forza. Paolo era un funzionario preparato e intelligente, un marito e padre esemplare innamorato del suo lavoro. Un giardino lo rappresenta al meglio. L’altra mia famiglia, la Polizia di Stato, ha colmato l’immenso vuoto che ha lasciato».

Anche Franco Gabrielli ringrazia l’Arcivescovo Mario per la chiave di lettura del sacrificio offerta nell’omelia: «È un cerchio che si chiude: riapriamo una ferita, certo, e ricordiamo un collega. In questo gesto c’era e c’è, però, anche il senso profondo di quello che rappresentiamo, il servire. Esistiamo solo per il servizio alle comunità. Paolo voleva essere là dove il suo sentirsi servitore dello Stato lo chiamava. Ci ha indicato una strada, ma soprattutto il modo di percorrerla senza paura e calcoli».  In riferimento all’«aggiustare il mondo», conclude: «il verbo aggiustare che ha la sua radice nella parola giustizia. Noi rivendichiamo un presidio di legalità, ma sempre coniugato con l’umanità».

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