La testimonianza di don Alessandro Villa, cappellano dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano, sull’emergenza Covid-19 vissuta in prima persona

di Marta VALAGUSSA

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Don Alessandro Villa

Un cartello con la scritta “Ascensore Covid-19”, apparso improvvisamente sugli ascensori dell’ospedale, cambia la vita in poche ore. Cambia la vita dei pazienti, che si trovano isolati, quella dei loro parenti, che non possono visitarli, quella del personale sanitario chiamato a un maggior carico di lavoro». Racconta così don Alessandro Villa, cappellano dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano l’inizio dell’emergenza Covid-19 vissuta in prima persona.

Com’è cambiata l’assistenza spirituale in questi mesi?
Attraverso un sistema audio che collega quasi tutti i reparti, trasmetto dalla sacrestia una preghiera al mattino e alla sera. Se qualche ricoverato volesse comunicare con me, via cellulare, può chiedere agli infermieri di contattarmi tramite il centralino. Anche la mia giornata è cambiata: vivo in casa, in sacrestia, in chiesa. Ho più tempo per leggere, meditare e pregare, specialmente con la preghiera di intercessione.

Che cosa in particolare l’ha colpita di più?
Il cortile vuoto e silenzioso: mi dà il senso di un ambiente rispettoso della sacralità della malattia e della preziosità della vita. Mi impressiona come da poche persone, inizialmente contagiate, non si sa ancora come, questo virus abbia assunto rapidamente una dimensione mondiale. Sembra voglia dominare l’umanità. Contro questo nemico bisogna pregare molto Gesù, il potente amico dell’umanità. Mi impressiona anche come, diversamente da altri mali, siamo stati inizialmente disarmati.

In che cosa questa pandemia ci ha cambiato?
Questa pandemia ci ha costretto e ci costringe ancora a guardarci dentro. Potremmo trovare in noi la superficialità, che sfida le norme, segno di superiorità, individualismo e troppa sicurezza. Al contrario, potremmo trovare turbamenti, paure, che possono diventare angoscia di essere contagiato. Potremmo avere la sensazione di una prova troppo pesante. Potremmo sentire la giusta preoccupazione per come gestire il lavoro, la famiglia con figli e nonni. La pandemia ha cambiato il nostro rapporto con la malattia. Dietro i freddi numeri dei contagiati e dei morti ci sono persone, ci sono volti, ci sono storie, che si sono fermate, ma che devono riprendere nella speranza. Sentiamoci come l’apostolo Pietro a cui Gesù ha promesso: “Ho pregato per te, Simone, perché la tua fede non venga meno” (Lc 22,32).

Che cosa dovremmo lasciare al passato una volta finita l’emergenza sanitaria?
Dobbiamo lasciare alle spalle l’individualismo, che ci fa dimenticare come ogni nostro comportamento abbia un valore sociale e può incidere sugli altri. Dobbiamo lasciare alle spalle ritmi e stili di vita che ci immergono nel rumore, nell’affanno, nel divertimento sfrenato, nella superficialità, che in momenti come questi ci spiazzano e non si trova la speranza. Non archiviamo gli insegnamenti di questo periodo.

Che cosa porteremo invece nel futuro?
Il senso di responsabilità, la solidarietà e l’ubbidienza alle norme, come espressioni di un amore sincero. Ci portiamo nel futuro che la malattia fa parte dell’umanità e che dice la nostra fragilità e quella degli altri. Bisogna riscoprire la speranza, quella umana, che da soli non possediamo, ma che insieme possiamo trovare. Ma noi cristiani abbiamo il dono della speranza che Dio dona e ci fa guardare avanti e ci sostiene infallibilmente nelle fatiche e nei momenti bui.

 

 

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