Nella visita e benedizione dei locali ristrutturati della Fondazione Cariplo, l’Arcivescovo ha richiamato la necessità di agire sul territorio, attivando pratiche virtuose e provocando una riflessione critica

di Annamaria Braccini

Cariplo

Ci sono cifre a cui non si crede facilmente, come quella dei 13.000 bambini che vivono in uno stato di povertà alimentare. Non in Africa, ma a Milano.
Uno scandalo, una realtà inaccettabile, dicono insieme l’Arcivescovo e il presidente della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti, che, con il direttore generale Sergio Urbani, prendono la parola nella bella e restaurata Sala della Commissione Centrale di Beneficenza della Fondazione. Occasione è, appunto, la benedizione della sede di via Manin, della quale si sta ultimando la ristrutturazione.
Se i “numeri” che raccontano l’attività della Fondazione sono impressionanti – interessante anche che l’infrastruttura filantropica, come viene definita da Urbani, conti su uno staff di 50 donne e (una minoranza) di 32 uomini – ciò che colpisce davvero è la qualità degli interventi.
7 miliardi e 860 milioni di euro il patrimonio contabile su cui può contare Cariplo che, per il 2018, ha messo a disposizione 184 milioni di euro per 4 comparti: la tutela dell’ambiente, arte e cultura, ricerca scientifica, servizi alla persona, ambito che, da solo, implica l’erogazione di 46 milioni. Notevoli e innovative anche le Fondazioni di Comunità provinciali che si è deciso di costituire anche a Milano. E, poi, naturalmente, ci sono i tanti programmi intersettoriali.
«In questi anni la Fondazione ha mantenuto rapporti con la Diocesi collaborazioni e scelte comuni», dice subito il presidente Guzzetti, «basti pensare al Fondo Famiglia-Lavoro sostenuto dal suo sorgere e nelle fasi successive. È evidente che occorre passare da un welfare statale a quello di Comunità e su questo, come Fondazione, siamo impegnati da circa 4 anni. Un welfare relazionale, generativo e rigenerativo».
Il compito è quello di creare o ricreare un tessuto sociale: «Accanto a tanti problemi urbani, è su punti come la povertà infantile che bisogna insistere. Siamo, come dice l’Arcivescovo, una società “senza”, magari senza figli, ma qui anche quelli che ci sono, non hanno il necessario», scandisce Guzzetti, che cita il Discorso di Sant’Ambrogio e il desiderio di contribuire fattivamente all’arte del Buon vicinato.
«Con un impegno di 25 milioni di euro e azioni mirate, il progetto Qu.Bì-Quanto basta lanciato da Fondazione Cariplo proprio in occasione della visita di Papa Francesco a Milano – spiega ancora – si propone di sradicare la povertà dei bambini di Milano, che è anche una povertà alimentare. Un bambino su dieci in città non mangia a sufficienza».
Senza dimenticare che, sul tema della povertà minorile, proprio ieri (all’interno del programma nazionale realizzato dalle Fondazioni di origine bancaria), sono stati approvati 86 progetti relativi al Bando Adolescenza (11-17 anni) per un ammontare complessivo di 73,4 milioni di euro. Altro nodo quello della disoccupazione con 260.000 ragazzi lombardi che non lavorano e non studiano più. «Un Paese senza il futuro dei giovani dove vuole andare? Noi vogliamo dare il nostro contributo perché questa sia una società dove si vive di buona Comunità».
Parole, di fronte alle quali la riflessione del vescovo Mario sembra già una prima risposta.
«Sono venuto per benedire, ma intendo questo atto come una dichiarazione di alleanza tra Dio e coloro che fanno il bene. Sono qui anche per ringraziare perché il rapporto tra la Fondazione e la Chiesa di Milano, con le sue realtà correlate, è sempre stato un sostegno importante. Tante cose non si sarebbero potute fare senza Fondazione Cariplo, specie in situazioni estreme».
Ovvio che sia questione di finanziamenti, ma non solo. «Qui i soldi sono usati per fare bene il bene, secondo gli scopi originali che animarono la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde».
E, infatti, il territorio – peraltro iscritto nel DNA della Fondazione – è la prima delle parole che stanno a cuore, in questo contesto, all’Arcivescovo che la chiama anche vocazione.
«Distribuire soldi a pioggia, in una solidarietà semplicemente monetaria, mi pare legato a un’epoca finita. Bisogna agire sul territorio per dare realismo e rendere incisivo il bene che si vuole fare, superando una dispersione che lo rende insignificante. Il territorio propizia un vicinato il quale, a sua volta, indica un abitare solidale».
Come a dire, il territorio non implica, evidentemente, una dimensione locale, egoistica o campanilistica, ma un’azione più capace di essere incisiva.
Poi, occorre, per Delpini, attivare non solo iniziative, ma energie, persone, risorse, secondo la logica tipica delle nostre terre. Insomma, non semplicemente fare l’elemosina. «Questa beneficenza, che è corresponsabilità e partecipazione, può sfidare il tempo».
Infine, il verbo che cambia la prospettiva, se considerato in senso positivo e costruttivo. «Provocare, mettere in discussione posizioni che paiono acquisite. Per esempio, dicendo che non condividiamo che si incrementi, qui e a livello planetario, la disuguaglianza. Un porsi di fronte al mondo dell’economia, della finanza e della produzione, in grado di denunciare l’accumulo improduttivo e lo sperpero sfacciato – che non sono derive inevitabili del capitalismo – e che, invece, sono fenomeni scandalosi.
Insomma, essere presenza e coscienza critica con un “provocare” che vuol dire mettere in discussione le inerzie e i fenomeni sociali che creano povertà e fragilità», a partire da alcune priorità, come la famiglia e i giovani per cui l’Arcivescovo si dice particolarmente preoccupato «a causa della diffusione di droghe e alcolismo».

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi