Nel quartiere recentemente teatro di un assembramento concluso con l’intervento delle forze dell’ordine, gli oratori di San Protaso e dell’Addolorata lavorano per la formazione integrale, umana e cristiana, dei giovanissimi

di Cristina CONTI

La parrocchia dell'Addolorata a San Siro
La parrocchia dell'Addolorata a San Siro

Un’attenzione per i ragazzi a tutto tondo, che tenga conto della loro dimensione relazionale, culturale e sociale. Una crescita complessiva, umana e di fede. È l’obiettivo delle attività dei due oratori di San Protaso e dell’Addolorata, a San Siro, quartiere che qualche settimana fa – durante le riprese del video del rapper Neima Ezza – è stato teatro di un assembramento di circa trecento ragazzi, concluso con l’intervento delle forze dell’ordine e un successivo parapiglia, con sassaiole e lancio di lacrimogeni.

«Qui i ragazzi vivono in case piccole, anche in 6 o 7 persone in appartamenti di 40 metri quadrati – spiega don Fabio Carcano, coadiutore della parrocchia -. L’unica possibilità che hanno per uscire è quella di andare in cortile, quando sono bambini, e in strada, quando sono adolescenti e giovani. Con tutti i rischi che comporta stare in strada. Non c’è niente di buono da imparare in strada».

Catechismo, sport, doposcuola. Sono diverse le attività dell’oratorio in cui i ragazzi possono impegnarsi. Ma la vera differenza la fa la formazione integrata del Villaggio dell’Addolorata. «In questo quartiere i ragazzi si sentono “arredo urbano”. Spesso si arrabbiano quando vedono i giornalisti perché vogliono qualcuno che cerchi di dare loro una mano, non che li accusi. Per questo ho scelto di dar loro una mano», aggiunge don Carcano. E per aiutarli, non basta che varchino la porta dell’oratorio, è necessario un processo di crescita umana e di fede. C’è bisogno di aggregare i ragazzi in tanti modi.

Ecco allora attività che prevedono condivisione e aiuto reciproco. «Qui il doposcuola non si rivolge solo a chi non ha buoni voti, ma è un vero e proprio progetto di studio insieme, dove chi riesce meglio cerca di aiutare chi ha più difficoltà», precisa don Carcano. Anche la merenda è condivisa, in modo che tutti possano un po’ dare e un po’ ricevere. E anche i genitori ne sono consapevoli. «È un tentativo per coinvolgere i ragazzi e aiutarli a stare insieme. Purtroppo ci sono poche forze, poche energie. E sicuramente le restrizioni della pandemia non hanno aiutato. Ma lavorando in questa direzione si può sicuramente fare molto per queste fasce d’età», conclude don Carcano.

 

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