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Università

Annunciare la Parola in italiano, i preti stranieri lo imparano alla Cattolica

A febbraio all’ateneo si è concluso il primo corso di lingua per sacerdoti e religiosi giunti nel nostro Paese per gli studi teologici: in uno scambio vicendevole di doni, mentre frequentano prestano servizio in parrocchie ambrosiane carenti di clero. In cantiere una seconda edizione

di Francesco CHIAVARINI

10 Aprile 2026
La professoressa Silvia Gilardoni con la classe

«È stata una grande opportunità, sì, un dono prezioso, che mi riempie di gratitudine e, per la verità, anche di responsabilità». È Venerdì Santo, don Eugene Cherif risponde al telefono mentre si prepara alle celebrazioni per la Pasqua nella parrocchia di San Marco a Trecella, piccola frazione di Pozzuolo Martesana.

Proveniente dalla neonata diocesi di Boké, in Guinea Conakry, in questi mesi il sacerdote, 37 anni, ha imparato a conoscere le persone che abitano il paese alle porte di Milano, affiancando il parroco durante la Messa o sostituendolo in oratorio.

L’opportunità di cui parla è il corso di italiano che ha frequentato all’Università Cattolica del Sacro Cuore e che gli ha consentito anche di superare, il mese scorso, un esame di certificazione linguistica della Società Dante Alighieri, il cosiddetto Plida. «Un test severo, ma che ho superato senza grandi difficoltà, grazie alla preparazione che ho ricevuto», afferma.

Le espressioni dei Papi

Per un sacerdote conoscere l’italiano è una parte non trascurabile della propria formazione. In italiano parlano i Papi. È entrata nella storia la frase con cui il papa polacco Karol Wojtyła si presentò al mondo il 16 ottobre 1978: «E se sbaglio mi corrigerete». Negli anni ci siamo poi abituati all’accento tedesco di Joseph Ratzinger o a cogliere le espressioni argentine nell’italiano di Jorge Mario Bergoglio (rimasta celebre la frase «la corruzione spuzza», con la quale papa Francesco condannò la mafia durante la sua visita a Napoli, nel quartiere di Scampia).

Benché non sia obbligatorio conoscerlo per accedere alle più alte cariche ecclesiastiche, in genere i Cardinali conoscono la lingua di Dante, perché con quella si esprimono quando sono convocati a Roma. Inoltre, anche se la lingua ufficiale della Chiesa resta ancora il latino, l’italiano apre le porte delle scuole di teologia del nostro Paese. Proprio questa è stata l’origine del corso frequentato da don Eugene Cherif.

«Ci siamo resi conto che i sacerdoti stranieri, che provengono da quelle che una volta erano chiamate le “terre di missione” e arrivano da noi per studio, avevano bisogno di conoscere meglio la nostra lingua per dedicarsi con maggior profitto ai corsi biblici che seguono alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale – spiega don Francesco Airoldi, che per la Diocesi di Milano è delegato al clero proveniente dall’estero, dopo essere stato per 16 anni in servizio in Zambia -. Così, contando sulla specializzazione e l’esperienza in questo ambito dei docenti dell’Università Cattolica, abbiamo chiesto loro di ideare un corso di italiano dedicato ai religiosi».

I religiosi del corso davanti al Duomo
I religiosi del corso davanti al Duomo

Il corso e i frequentanti

In parte in presenza (prima al Seminario arcivescovile di Venegono Inferiore, poi nella sede di Milano dell’Ateneo), in parte online, le lezioni sono iniziate a giugno e sono terminate a febbraio. Le hanno frequentate 11 consacrati: 9 africani, uno della Repubblica Dominicana e una suora vietnamita, alla quale si sono aggiunte, durante lo svolgimento dell’iniziativa didattica, altre due consorelle brasiliane.

Prima di salutare i docenti, la classe ha scritto una lettera ricca di apprezzamenti, che ha fornito una ragione in più ai promotori per ripetere l’esperienza con i nuovi sacerdoti che arriveranno il prossimo anno.

Gli accordi tra le Diocesi

I rapporti tra Milano e le «diocesi sorelle» sono regolati da una convenzione di aiuto reciproco. Queste regioni, dove un tempo i missionari partivano per annunciare il Vangelo e portare aiuti materiali, sono infatti anche aree del mondo popolose e, in molti casi, generose di vocazioni. È questo il caso, per esempio dell’Africa subsahariana e dell’America Latina.

Gli accordi prevedono che i giovani che diventano preti in quei Paesi possano completare gli studi teologici nella Diocesi ambrosiana e svolgano qui, prima di rientrare nei luoghi di origine, servizio in parrocchie dove invece i sacerdoti scarseggiano. In questa prospettiva, l’insegnamento della lingua italiana è parte integrante di uno scambio vicendevole di doni, sorretto dalla comune esperienza di fede.

«Siamo stati molto lieti di offrire il nostro contributo alla Diocesi di Milano – dice la professoressa Silvia Gilardoni, docente di Didattica delle lingue moderne all’Università Cattolica e responsabile scientifica del corso -. I religiosi stranieri hanno bisogni linguistici specifici. Quando pronunciano l’omelia durante la Messa nelle nostre parrocchie, non solo devono tradurre la Parola in parole, ma devono farlo in una lingua diversa sia da quella materna, sia da quella che hanno imparato a scuola, spesso il francese, lo spagnolo o l’inglese. La padronanza del nostro idioma – aggiunge – permette loro di svolgere meglio il servizio pastorale per il periodo in cui sono ospiti nelle nostre parrocchie, oltre naturalmente ad accrescere il loro bagaglio culturale e a farli sentire più pienamente parte della Chiesa».

Il direttore di sede Mario Gatti durante la visita guidata al nuovo polo San Francesco
Il direttore di sede Mario Gatti durante la visita guidata al nuovo polo San Francesco

Un oratorio in Guinea

La padronanza dell’italiano, intanto, ha permesso a don Eugene Cherif di capire più in profondità la vita ordinaria di una comunità ambrosiana: «Sono rimasto molto colpito dal lavoro pastorale che fate con i giovani. Sarebbe molto utile immaginare qualcosa di simile anche in Guinea, nella mia diocesi. Quando tornerò, ne parlerò con il mio vescovo. Sono certo che frequentare un oratorio alle nuove generazioni di guineiani farebbe molto bene».

Educazione e sviluppo

Il rettore dell’Università Cattolica Elena Beccalli ripete spesso di credere nell’education power. Nella sua visione, la forza trasformativa dell’educazione è una leva fondamentale per lo sviluppo delle aree marginali e su di essa si può imperniare una nuova relazione tra l’Europa – in particolare l’Italia, per la sua posizione geografica – e l’Africa.

Ascoltando le parole di don Cherif, l’accordo tra la Diocesi di Milano e l’Università Cattolica del Sacro Cuore per il corso di italiano sembra un piccolo passo proprio in quella direzione.