Educare la coscienza è un compito fondamentale, essenziale, che non si può assolutamente trascurare. Inizia in famiglia, fin dall'infanzia e continua nelle varie tappe del crescere. La riflessione di don Vittorio Cvhiari prende spunto da un fatto di cronaca che ha scioccato l'opinione pubblica, la tragica morte di Sarah

di Vittorio CHIARI
Redazione Diocesi

Una tragedia, l’ennesima tragedia, diventata spettacolo avvilente, quasi ripugnante nel raccogliere le grida, anche di giovani, che invocavano la pena di morte, davano della bestia, del mostro a un povero disgraziato che l’ha combinata veramente grossa! Una “disumanità” che rabbrividisce il cuore, lo colma di una tristezza impensata! Nonostante tutto, con un granello di coscienza, che lo ha portato ad autorivelarsi: la figura della ragazza che aveva martoriato gli era davanti agli occhi, gli vietava il sonno. Troppo grande il segreto da portare in solitudine, senza poterlo dire a nessuno. Non ha cercato neppure un prete al quale confessare il proprio peccato nel segreto del confessionale. Tenerlo per sé, tenerlo per tutta la vita: da impazzire!

Anche in questo caso, come in altri precedenti, una perfida letteratura, che accontenta le morbosità di lettori e telespettatori, diventando costume, anzi, “malcostume”, provocando l’indebolimento della coscienza, uno svigorimento delle leggi della convivenza, con gravi danni su chi è giovane o fragile o non sufficientemente critico.

L’atmosfera che respiriamo è impregnata di questa mentalità che ha invaso il campo dello spettacolo, penetrando nelle famiglie, indifese di fronte al fiume di immagini, parole, commenti, divagazioni più o meno serie, che mutano il vivere e il modo di giudicare fatti, avvenimenti e cose. Scovando tra gli iscritti di Paolo VI, cardinale a Milano, ho trovato una sua Lettera pastorale sul senso morale, pubblicata nel 1961. Era profetica nel descrivere un clima che oggi non fa più scandalo, ma viene accettato come una evoluzione naturale della legge morale.

Il Cardinale Montini indicava alcuni segni della crisi morale del suo tempo, attuali ancora oggi a cinquant’anni della sua denuncia: il rifiuto di accettare quanto è proposto per via di autorità; il rifiuto della tradizione, delle sue regole, con adattamento a quanto fanno tutti, seguendo l’«imperioso uniformarsi alla moda, alla maniera, allo stile corrente»; il rifiuto del facile, del già risolto, preferendo in alternativa il difficile, il problematico, l’angoscioso, il tormentato, il ribelle, l’assurdo; lo scetticismo sul bene, la virtù, la carità, la religione, la bontà, il sacrificio e una «consolata rassegnazione alla debolezza umana, la voluta impossibilità a tenere fede alla parola, alla coerenza, alla fedeltà»; la tendenza alla spontaneità edonistica, all’intensità del piacere, «qualunque esso sia, anche egoistico, animale, corrotto e corruttore, intento a spegnere ogni scrupolo e ogni rimorso»; per arrivare all’amoralismo che accetta e rifiuta gratuitamente un’azione in base alla convenienza e finire nell’immoralismo e nell’egoismo.

Quando poi si nega Dio tutto il sistema morale viene scosso e compromesso, si perde il senso del peccato. E non può essere altrimenti. Perdendo il senso di Dio, delle nostre relazioni con lui, perdiamo la nozione vera del peccato, che è un’offesa fatta a Dio, trascurando la sua legge che è legge d’amore, spegnendo allo stesso tempo la coscienza che ricorda questa legge. Il male nasce dal non ascoltare voce della coscienza e il peccato rompe i rapporti con Dio ma anche noi stessi e il prossimo.

Educare la coscienza diventa allora un compito fondamentale, essenziale, che non si può assolutamente trascurare. Inizia in famiglia, fin dall’infanzia e continua nelle varie tappe del crescere. È compito poi della catechesi in oratorio. Non solo di ragione ma è anche un “esercizio di cuore”. L’uomo da formare è l’uomo responsabile, capace di autocontrollo, di scelte significative di valore, coerente nell’operare, nella ricerca del bene personale e sociale, dotato di spirito d’iniziativa solidale e, nel suo agire, costante e coraggioso, disinteressato generoso, pronto al sacrificio per amore degli altri oltre che suo.

Dagli oratori sono usciti uomini di carattere, completi, eroi e santi, che hanno legato la loro formazione al “don” o al gruppo o l’associazione nel quale sono cresciuti. Uomini e donne che hanno resistito alle dittature del secolo passato, in un campo di concentramento, nella fatica della ricostruzione, nel gettare le basi della democrazia, uomini di coscienza civile, umana e religiosa. Non solo ieri, ma anche oggi ci sono fermenti di speranza nei giovani, che stanno ritrovando se stessi nell’ascoltare la voce della coscienza, illuminata dai profeti del nostro tempo, da Papa Benedetto a Vescovi a preti umili, nascosti, a laici generosi che alimentano la loro vita al Vangelo di Cristo. Una tragedia, l’ennesima tragedia, diventata spettacolo avvilente, quasi ripugnante nel raccogliere le grida, anche di giovani, che invocavano la pena di morte, davano della bestia, del mostro a un povero disgraziato che l’ha combinata veramente grossa! Una “disumanità” che rabbrividisce il cuore, lo colma di una tristezza impensata! Nonostante tutto, con un granello di coscienza, che lo ha portato ad autorivelarsi: la figura della ragazza che aveva martoriato gli era davanti agli occhi, gli vietava il sonno. Troppo grande il segreto da portare in solitudine, senza poterlo dire a nessuno. Non ha cercato neppure un prete al quale confessare il proprio peccato nel segreto del confessionale. Tenerlo per sé, tenerlo per tutta la vita: da impazzire!Anche in questo caso, come in altri precedenti, una perfida letteratura, che accontenta le morbosità di lettori e telespettatori, diventando costume, anzi, “malcostume”, provocando l’indebolimento della coscienza, uno svigorimento delle leggi della convivenza, con gravi danni su chi è giovane o fragile o non sufficientemente critico.L’atmosfera che respiriamo è impregnata di questa mentalità che ha invaso il campo dello spettacolo, penetrando nelle famiglie, indifese di fronte al fiume di immagini, parole, commenti, divagazioni più o meno serie, che mutano il vivere e il modo di giudicare fatti, avvenimenti e cose. Scovando tra gli iscritti di Paolo VI, cardinale a Milano, ho trovato una sua Lettera pastorale sul senso morale, pubblicata nel 1961. Era profetica nel descrivere un clima che oggi non fa più scandalo, ma viene accettato come una evoluzione naturale della legge morale.Il Cardinale Montini indicava alcuni segni della crisi morale del suo tempo, attuali ancora oggi a cinquant’anni della sua denuncia: il rifiuto di accettare quanto è proposto per via di autorità; il rifiuto della tradizione, delle sue regole, con adattamento a quanto fanno tutti, seguendo l’«imperioso uniformarsi alla moda, alla maniera, allo stile corrente»; il rifiuto del facile, del già risolto, preferendo in alternativa il difficile, il problematico, l’angoscioso, il tormentato, il ribelle, l’assurdo; lo scetticismo sul bene, la virtù, la carità, la religione, la bontà, il sacrificio e una «consolata rassegnazione alla debolezza umana, la voluta impossibilità a tenere fede alla parola, alla coerenza, alla fedeltà»; la tendenza alla spontaneità edonistica, all’intensità del piacere, «qualunque esso sia, anche egoistico, animale, corrotto e corruttore, intento a spegnere ogni scrupolo e ogni rimorso»; per arrivare all’amoralismo che accetta e rifiuta gratuitamente un’azione in base alla convenienza e finire nell’immoralismo e nell’egoismo.Quando poi si nega Dio tutto il sistema morale viene scosso e compromesso, si perde il senso del peccato. E non può essere altrimenti. Perdendo il senso di Dio, delle nostre relazioni con lui, perdiamo la nozione vera del peccato, che è un’offesa fatta a Dio, trascurando la sua legge che è legge d’amore, spegnendo allo stesso tempo la coscienza che ricorda questa legge. Il male nasce dal non ascoltare voce della coscienza e il peccato rompe i rapporti con Dio ma anche noi stessi e il prossimo.Educare la coscienza diventa allora un compito fondamentale, essenziale, che non si può assolutamente trascurare. Inizia in famiglia, fin dall’infanzia e continua nelle varie tappe del crescere. È compito poi della catechesi in oratorio. Non solo di ragione ma è anche un “esercizio di cuore”. L’uomo da formare è l’uomo responsabile, capace di autocontrollo, di scelte significative di valore, coerente nell’operare, nella ricerca del bene personale e sociale, dotato di spirito d’iniziativa solidale e, nel suo agire, costante e coraggioso, disinteressato generoso, pronto al sacrificio per amore degli altri oltre che suo.Dagli oratori sono usciti uomini di carattere, completi, eroi e santi, che hanno legato la loro formazione al “don” o al gruppo o l’associazione nel quale sono cresciuti. Uomini e donne che hanno resistito alle dittature del secolo passato, in un campo di concentramento, nella fatica della ricostruzione, nel gettare le basi della democrazia, uomini di coscienza civile, umana e religiosa. Non solo ieri, ma anche oggi ci sono fermenti di speranza nei giovani, che stanno ritrovando se stessi nell’ascoltare la voce della coscienza, illuminata dai profeti del nostro tempo, da Papa Benedetto a Vescovi a preti umili, nascosti, a laici generosi che alimentano la loro vita al Vangelo di Cristo.

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