Il dramma dell'Abruzzo e di tante tragedie nel mondo che non sono neppure raccontate. Non le possiamo lasciarle fuori dalla porta delle nostre chiese, dei nostri oratori

Vittorio CHIARI
Redazione Diocesi

Basta poco a cambiare la vita delle persone: un incidente stradale, una malattia, un terremoto! Vedendo le immagini dell’Abruzzo, ancora una volta ferito da questo dramma della natura, che non è possibile dominare, mi sono venute alla mente altre immagini di dolore: quelle lontane dal Perù, dall’Iran, dalla Turchia, quelle più vicine a noi dalla Sicilia, dall’Irpinia, dal Friuli La natura ci fa sentire piccoli, umilia la nostra superbia, esalta anche la solidarietà di tante persone, che nell’emergenza, si danno da fare, affrontando rischi e pericoli per essere accanto a chi soffre. Basta poco a cambiare la vita delle persone: un incidente stradale, una malattia, un terremoto! Vedendo le immagini dell’Abruzzo, ancora una volta ferito da questo dramma della natura, che non è possibile dominare, mi sono venute alla mente altre immagini di dolore: quelle lontane dal Perù, dall’Iran, dalla Turchia, quelle più vicine a noi dalla Sicilia, dall’Irpinia, dal Friuli La natura ci fa sentire piccoli, umilia la nostra superbia, esalta anche la solidarietà di tante persone, che nell’emergenza, si danno da fare, affrontando rischi e pericoli per essere accanto a chi soffre. La casa, luogo degli affetti I miei “barabitt” erano stati presenti in Sicilia e in Irpinia, ma oggi sono troppo giovani per essere là sul luogo ad aiutare: hanno pregato e bene perché il Dio della Consolazione fosse accanto alle mamme, ai papà, a quanti stanno piangendo la perdita di una persona cara, la perdita di una casa. È una costruzione, una struttura ma è anche il luogo degli affetti, dell’amore sponsale, filiale, fraterno. Anni fa, il Patriarca di Gerusalemme, Michel Sabbah, scrivendo ai potenti d’Israele, li invitava a bombardare le chiese ma non le case: una chiesa si può ricostruire, una casa distrutta può essere una ferita grave, a volte mortale, che compromette la stabilità e il futuro di una famiglia, dei figli. Tra le memorie più commoventi, quella di Don Orione, che durante il terremoto in Marsica ferma l’automobile del re e la carica di bimbi per sottrarli ad altri rischi e pericoli. Ignazio Silone, in Uscita di sicurezza, ha raccontato questo episodio, diventato un esempio mirabile di come si possa ritrarre un Santo senza cadere nell’ovvio, nel dolciastro, nel banale. L’immagine di quel prete con la barba lunga, ricoperto di polvere, il suo coraggio e determinazione è rimasta per sempre nella memoria dello scrittore abruzzese. Violenza e speranza Un cantastorie friulano, che trova più fortuna all’estero che in Italia, Ferruccio Cainero raccontava una sera la sua esperienza nel terremoto che aveva distrutto Gemona. “Arrivato là, mi sono detto: Ma qui non c’era il Duomo? Dov’era il Duomo, più niente, una montagna di macerie”. Più avanti, ha incontrato un uomo fuori dalla sua casa, avvolto in una coperta. “Cercate, mia moglie, i miei figli. Sono lì, dietro la porta”. Dietro la porta, solo macerie! Le immagini del terremoto richiamano quelle della guerra, che non ha rispetto alcuno per le persone e neppure per le chiese, luoghi di culto ma anche luoghi di speranza, di riconciliazione. Mettono alla prova la fede, suscitando interrogativi nei quali spesso si addossa la colpa a Dio delle imprevidenze degli uomini, delle loro fragilità o incapacità di affrontare la violenza della natura, spesso dall’uomo poco rispettata. Pensando alla città aquilana, non posso fare a meno di riandare a Papa Celestino, alla “perdonanza”, quella grande festa del perdono e della riconciliazione che non conosce l’usura del tempo. Si tiene a Santa Maria di Collemaggio, una delle chiese ferite, insieme alla Chiesa di San Bernardino, al Castello con il suo Museo. La solidarietà dei ragazzi Come far capire ai ragazzi la sofferenza della gente così laboriosa e attiva? Come sviluppare in loro piccoli o grandi gesti di solidarietà? La solidarietà non è esclusiva degli Alpini, sempre tra i primi ad intervenire, ma tutti, in qualche modo, devono esserne protagonisti vivi. L’ha capito Giovanni, che mi ha dato la sua catenina d’oro, ricordo del Battesimo: “Non ho nient’altro. La venda per quei poveracci!”. O la piccola Chiara che, avvicinandosi al giorno della Prima Comunione, rinuncia all’assegno del padre, – una cifra con alcuni zeri – per donarla a chi sta peggio di lei. In famiglia o all’oratorio si potrebbero suggerire gesti piccoli di solidarietà per vincere il proprio individualismo ed imparare ad incarnarsi nelle vicende degli altri e ad essere più essenziali nel proprio stile di vita. I segni della Croce e la Pasqua Il credente porta sempre con sé i segni della Croce: oggi, l’Abruzzo, ma oggi tante tragedie nel mondo che non sono spettacolarizzate e neppure raccontate. Non le possiamo lasciarle fuori dalla porta dalle nostre chiese, dei nostri oratori. Per fortuna, non è così. Il Papa ce ne ha dato l’esempio come il nostro Cardinale, le nostre Caritas. La Pasqua acquisterebbe un altro significato: non solo la risurrezione di Gesù dai morti, ma la nostra risurrezione, che passa dalla morte del cuore, egoista e troppo individualista, alla risurrezione della carità, che lo rende caldo d’amore per gli altri! Buona Pasqua, allora!

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