Da un convegno alla Pontificia Università Lateranense emerse alcune riflessioni in vista della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (24 maggio)

Giovanna PASQUALIN TRAVERSA
Redazione

«Partire dal messaggio di Benedetto XVI per la 43ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (24 maggio) per avviare una riflessione sul rapporto tra i nuovi media e le trasformazioni sociali e culturali che essi hanno indotto, e sulle loro ricadute sull’azione pastorale». Così monsignor Dario Edoardo Viganò, preside del Pontificio Istituto pastorale “Redemptor Hominis” della Pontificia Università Lateranense, ha introdotto il convegno “Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia”, svoltosi nei giorni scorsi presso la stessa Lateranense in collaborazione con l’Ufficio nazionale Cei per le Comunicazioni sociali e il Centro comunicazione e cultura Paoline.
«I nuovi media costituiscono uno straordinario potenziale, ma sono affidati alla libertà e alla responsabilità dell’uomo», ha detto don Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio Cei, che ha spiegato che il messaggio del Papa «è un invito ai giovani a evangelizzare il continente digitale», nella consapevolezza «che una comunicazione ben fatta è una via per avvicinarsi a Dio»: «Il virtuale non crea una nuova umanità, ma amplifica e potenzia quella esistente», rendendo «la speranza più credibile e più vera»; ma è compito dell’uomo trasformare «il potenziale tecnologico in effettiva crescita».
Soffermandosi sui tre valori evocati dal Papa nel messaggio, Pompili ha rilevato che «i media non producono amicizia in automatico; offrono semplicemente occasioni»: di qui il monito a guardarsi dalle «facili scorciatoie che tendono a esasperare false intimità in relazioni virtuali» e a «rispettare i tempi e le forme reali dell’amicizia». Quanto al dialogo, il direttore dell’Ufficio Cei si è detto convinto che «il social networking può aiutare l’incontro tra generazioni e riaprire la questione educativa». Questione che richiede anche «il passaggio da un culto della tecnica a una matura spiritualità della comunicazione» e questa, da parte sua, «non può prescindere dal rispetto per i più deboli». «Partire dal messaggio di Benedetto XVI per la 43ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (24 maggio) per avviare una riflessione sul rapporto tra i nuovi media e le trasformazioni sociali e culturali che essi hanno indotto, e sulle loro ricadute sull’azione pastorale». Così monsignor Dario Edoardo Viganò, preside del Pontificio Istituto pastorale “Redemptor Hominis” della Pontificia Università Lateranense, ha introdotto il convegno “Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia”, svoltosi nei giorni scorsi presso la stessa Lateranense in collaborazione con l’Ufficio nazionale Cei per le Comunicazioni sociali e il Centro comunicazione e cultura Paoline.«I nuovi media costituiscono uno straordinario potenziale, ma sono affidati alla libertà e alla responsabilità dell’uomo», ha detto don Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio Cei, che ha spiegato che il messaggio del Papa «è un invito ai giovani a evangelizzare il continente digitale», nella consapevolezza «che una comunicazione ben fatta è una via per avvicinarsi a Dio»: «Il virtuale non crea una nuova umanità, ma amplifica e potenzia quella esistente», rendendo «la speranza più credibile e più vera»; ma è compito dell’uomo trasformare «il potenziale tecnologico in effettiva crescita».Soffermandosi sui tre valori evocati dal Papa nel messaggio, Pompili ha rilevato che «i media non producono amicizia in automatico; offrono semplicemente occasioni»: di qui il monito a guardarsi dalle «facili scorciatoie che tendono a esasperare false intimità in relazioni virtuali» e a «rispettare i tempi e le forme reali dell’amicizia». Quanto al dialogo, il direttore dell’Ufficio Cei si è detto convinto che «il social networking può aiutare l’incontro tra generazioni e riaprire la questione educativa». Questione che richiede anche «il passaggio da un culto della tecnica a una matura spiritualità della comunicazione» e questa, da parte sua, «non può prescindere dal rispetto per i più deboli». Il giornalismo e la Chiesa Anche nell’era di Internet, la «ragion d’essere del giornalismo resterà la stessa»: ne è convinto Diego Contreras, decano della Facoltà di comunicazione sociale della Pontificia Università Santa Croce. Alla «crisi dell’identità e della professione giornalistica» la rivoluzione digitale ha aggiunto un dato nuovo: il cosiddetto «giornalismo civico». Forse «si arriverà ai giornali elettronici portatili», ma più che «di un determinato tipo di giornali», la società ha bisogno di «un’informazione professionale e affidabile».Secondo suor Maria Antonia Chinello, docente di comunicazione alla Pontificia Facoltà di Scienze dell’educazione “Auxilium”, «la generazione digitale deve essere educata alla responsabilità», perché nei social network vengono immesse quantità di informazioni che possono essere carpite per indagini di mercato, «o messaggi che possono rivelarsi compromettenti»: «Occorre inoltre educare al primato della relazione che non è mai gioco, ma richiede tempo e rispetto dell’altro». Mentre per Michele Sorice, docente di Sociologia dei media alla Pontificia Università Gregoriana, «nel mondo dei digital media la Chiesa deve provare a essere sale e lievito, senza arroccarsi su posizioni di difesa», utilizzando in modo creativo questi media come risorse: «Per contribuire a costruire il nuovo sapere condiviso bisogna partire dalle parrocchie».

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