L’emergenza educativa non risparmia neppure gli atenei, come rileva il cappellano della Bocconi, che però sottolinea: «In questi mesi di chiusura è emersa una rete esistenziale capace di creare relazioni»

di Annamaria BRACCINI

Bocconi
Studenti all'interno dell'Università Bocconi

«Tutti si stanno domandando se c’è vita, soprattutto nei luoghi che erano caratterizzati dal brulicare costante di vita». Non è una domanda di poco rilievo, quella con cui don Pier Paolo Zannini, cappellano dell’Università Luigi Bocconi e rettore della Rettoria San Ferdinando, riflette sulla situazione vissuta dagli studenti dell’ateneo. Aggiunge, infatti: «Basti pensare che il Campus era abituato a vedere la presenza giornaliera di migliaia di giovani. In questi mesi, certamente, questa esperienza è cambiata notevolmente».

Come?
Se escludiamo alcune parentesi temporali, i numeri della presenza in Università si sono ridotti in modo drastico, poiché gran parte delle lezioni vengono svolte online. Davanti a questo mutamento, si può, tuttavia, osservare che la vita non è mai venuta meno. Penso alla presenza costante nei locali dell’Università e presso la Rettoria, che offre anche aule di studio e il nostro Centro culturale. Nemmeno la partecipazione alla celebrazione eucaristica giornaliera e domenicale si è affievolita.

Si sente la fatica di questi tempi?
Le incognite sono tante e spesso la paura rende veramente impotenti, ma ho visto in questi mesi che molti hanno risposto alle emergenze con la semplicità del loro esserci. Tutto ciò ha creato relazioni interessanti e ha fatto emergere una rete esistenziale, prima inimmaginabile, nel creare relazioni e incontri con i pochi compagni di corso rimasti in città. La fatica è tanta, soprattutto dopo questa ennesima chiusura, ma la vita è abbondante e ricca già per il semplice fatto che non si esaurisce nella lamentela davanti a quanto sta accadendo.

L’indiscutibile emergenza educativa, a cui ha fatto più volte cenno l’Arcivescovo, riguarda anche l’ambito universitario?
Questo è sotto gli occhi di tutti, coinvolge ogni uomo e donna, e certamente gli universitari non ne sono esenti. Questo faticoso “cambio d’epoca” sta segnando il mondo giovanile. A tal proposito, mi piace citare una frase dello scrittore G. K.Chesterton: «In certe epoche è necessario che ci sia un altro genere di preti, chiamati poeti, per ricordare agli uomini che – sorprendentemente – sono ancora vivi». Questo è il punto: pur nella fatica di questi mesi, la vita è presente e dove c’è una vita, dove c’è una presenza, nasce immediatamente tutto ciò che serve per vivere. Da qui emergono, poi, tutti gli strumenti per rendere questa possibilità vera, adeguata, corrispondente alle sfide. Nel grande mare dei Campus la presenza delle Cappellanie è appunto questo: un segno che ricorda che siamo «sorprendentemente ancora vivi».

Gli studenti sentono la necessità di proposte di fede?
Molto spesso cadiamo in un inganno. Pensiamo a ciò che sarà, facciamo progetti pensando a quello che ha fatto parte della nostra esperienza passata. Mi accorgo sempre più che parlare di fede, accompagnare l’esperienza educativa, è comunicare l’oggi, rispondendo all’attimo che stiamo vivendo. Certo, occorre non essere sprovveduti. Quest’ultimo tempo ha spazzato via tanti progetti e ci ha fatto scoprire che non si vive da soli e che nessuno può risolvere tutto il grande problema del senso su ciò che sta accadendo. Questo apre l’orizzonte alla sola Presenza che rende ogni cosa viva. È una sfida che ci chiede di giocare interamente la nostra persona, di coinvolgerci in ogni attimo con ciò che rende vivi. Alcune volte potremo sbagliare, ma proprio in questo consiste la «Chiesa accidentata» che preferisce papa Francesco.

 

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