Nella Solennità dei Santi Innocenti, l'Arcivescovo, parroco del Policlinico, si è recato alla Clinica Mangiagalli, visitando diversi reparti e celebrando la Messa

di Annamaria BRACCINI

cav mangiagalli

Una visita tradizionale e una celebrazione nei giorni precedenti il Natale e per ricordare la Solennità dei Santi Innocenti, cui è intitolata la chiesa interna alla Clinica Mangiagalli. Sono quelle che l’Arcivescovo compie al presidio sanitario che fa parte della Fondazione Cà Granda Ospedale Maggiore Policlinico, di cui è parroco. Accolto dai tre cappellani – don Giuseppe Scalvini, don Norberto Gamba e don Marco Gianola -, dal presidente della Fondazione Marco Giachetti e dal direttore generale Ezio Belletti, prima di presiedere l’Eucaristia si reca in alcuni padiglioni specialistici per la benedizione dei malati e del personale.

Al Padiglione Sacco – dove entra nei reparti per la cura della fibrosi cistica adulti (20 i ricoverati, per lo più giovani) – l’Arcivescovo, rivolgendosi a medici e infermieri, osserva: «Qui vi è la testimonianza di un lavoro condiviso. Mi hanno detto che siete una bella squadra: Le persone sanno che sono in buone mani e voi, in questo, aiutate molto ad affrontare un percorso che non è semplice e di cui, talvolta, non si vede una soluzione. Il bene aiuta. Grazie perché rendete fruttuoso il lavoro e risolutivo l’incontro». 

Si passa al Santa Caterina, reparto di maternità per i solventi, riaperto il 6 dicembre scorso con 24 camere dopo un accurato lavoro di restyling. Mentre si sentono i vagiti dei neonati, l’Arcivescovo dice: «Qui si vivono momenti trepidi per la vita. La benedizione del Signore non risolve i problemi al nostro posto, ma offre lo stimolo per affrontarli: è una dichiarazione di alleanza. Chi riceve la benedizione di Dio riceve il compito di essere egli stesso benedizione».

Poi, la Cardiologia, nel Centro di terapia intensiva – 20 i degenti di cui sette in unità coronarica – e, infine, la sosta presso la Terapia intensiva neonatale.

La celebrazione eucaristica

«Benvenuto a casa – sottolinea nel suo saluto don Scalvini, a nome della parrocchia del Policlinico dedicata all’Annunciazione -. Le chiediamo di farci vedere quel futuro che il Signore disegna per noi in questo tempo». «Esercitando il Ministero di parroco, sento doveroso celebrare qui l’Eucaristia, in questi giorni che ci aprono al Natale e ci fanno contemplare il dolore del mondo attraverso i Santi Innocenti», risponde subito l’Arcivescovo, che riceve in dono dalla “sua” parrocchia un anello episcopale proprio con l’immagine dell’Annunciazione.  

«Gli antichi mistici restavano incantati dalla volta del cielo, erano rapiti in silenzio per l’armonia dei mondi, ammiravano la gradualità dei cieli e chiamavano tutto questo, con la terra al centro, il cosmo. I profeti in Israele chiamavano, invece, “mondo” la terra: terra del deserto e terra promessa. Eppure, l’evangelista Matteo ci ripete che “un grido, un pianto, un lamento grande è stato udito”: la terra non è un mondo ordinato, è anche un dramma, una tragedia, un luogo di cattiveria e di oppressione dove persino i bimbi sono vittime di questa conflittualità permanente».

E il cristiano come vede il mondo? «Non è indifferente alla bellezza e ne vede l’armonia, ma non è nemmeno indifferente al pianto. I discepoli sono chiamati a vivere la compassione, a sentire che ogni ferita inflitta a un figlio d’uomo fa soffrire anche il cuore di chi imita Gesù. Forse, si può riassumere la visione del cristiano nell’acclamazione: “I cieli e la terra sono pieni della tua gloria”, della gloria di Dio», come, peraltro, recita il motto dell’Arcivescovo stesso.

«La gloria di Dio non è una sorta di visione ingenua, come se la storia fosse una bella favola, significa che è presente sulla terra quell’amore che rende capace di amare. Il cristiano sa che non esiste posto sulla terra dove sia assente questo amore che rende capaci di amare. Celebrare il Natale non è solo una tradizione devota, qualcosa per volgerci indietro, ma ci invita a sentire la nostra responsabilità perché siamo chiamati a portare un annuncio. Viviamo il Natale non per ricordare buoni sentimenti infantili, ma viviamolo come dei mandati per dire: “Gloria a Dio e pace in terra”. E così questo cantico si farà interprete della musica dei cieli e dell’armonia del cosmo, ma sarà anche il cantico che ascolta il gemito e il pianto». 

Da qui l’augurio: «Ciascuno possa vivere il Natale, sentendo che abita in noi quell’amore che rende capaci di amare. So che il lavoro in ospedale e l’attenzione della Cappellania incontrano, talvolta, dei momenti di fatica. Talvolta sembra che, facendo del bene, si riceve solo del male, invece l’amore che rende capaci di amare è dentro di noi. Non ci aspettiamo risultati straordinari, situazioni facili, strade che siano piene di applausi e di successo, un tempo di raccolto: viviamo il tempo di Natale come tempo della semina e continueremo a percorrere la terra, ad abitare questi luoghi, dove si porta soccorso a chi soffre, dicendo che la terra è piena della gloria di Dio e di un amore che rende capaci di amare».

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