Dai vestiti usati raccolti da Caritas Ambrosiana ai negozi aperti a Milano, Lecco, Varese e Napoli. Carmine Guanci, vicepresidente della cooperativa, racconta il successo della filiera del riciclo ottenuto con un solido welfare a tutela dei dipendenti e nel rispetto dell’ambiente

di Claudio URBANO

Carmine Guanci
Carmine Guanci

È un caso di successo quello di Vesti Solidale, la cooperativa promossa da Caritas Ambrosiana che dal 1998 gestisce la raccolta e lo smaltimento dei vestiti usati (ogni anno sono 4800 le tonnellate di capi recuperati e avviati alla filiera del riciclo) e non solo: cartucce esauste, raccolta di materiali elettronici, fino all’apertura della rete di Share, i negozi di Milano, Lecco, Varese e Napoli dove si possono acquistare capi vintage di seconda mano, spesso recuperati anche da altre città europee come Berlino.

Alla base un’idea imprenditoriale forte, in cui trova concretezza la mission della cooperativa. L’intuizione di erogare servizi in un settore ad alta intensità di lavoro come il riciclo dei rifiuti, dove «l’obiettivo della tutela dell’ambiente e del rispetto del creato, temi al centro anche dell’attenzione della Chiesa, non sono separati dallo scopo di giustizia sociale e di restituzione di dignità alle persone svantaggiate che avviene proprio attraverso il lavoro – sintetizza Carmine Guanci, vice presidente di Vesti Solidale -. Vogliamo dimostrare quotidianamente che una cooperativa sociale può essere interpretata come un’impresa, erogando servizi di qualità, ma ponendo al centro non il profitto, bensì il rispetto dei valori etici e della dignità della persona».

Un profitto che comunque arriva, e che dà solidità all’intuizione su cui si è scommesso: favorire attraverso il lavoro il reinserimento sociale delle categorie più deboli. Perché «solo un lavoro che genera ricchezza può avere continuità e quindi dare dignità», osserva Guanci. I numeri sono quelli di un centinaio di dipendenti e di un fatturato cresciuto, dal 1998 a oggi, fino a 4,3 milioni di euro, con tre capannoni e 28 automezzi. Il profitto non è fine a se stesso: oltre alle quote reinvestite in progetti della cooperativa, nel 2016 Vesti Solidale ha destinato al Consorzio Farsi Prossimo (la rete di cooperative di Caritas) 217 mila euro, che vanno a sostenere i progetti sociali sul territorio.

Risultati raggiunti grazie a una forte motivazione che spinge tutti i soci e i lavoratori ad impegnarsi per il bene della cooperativa, sottolinea Guanci. Di fatto, si scommette su un forte spirito mutualistico. Così, per esempio, le differenze salariali interne sono tutt’altro che sproporzionate: si va dai 1000 euro dell’operaio ai 2000 del presidente, e tutti sono assunti con un contratto collettivo nazionale. Non ci si limita però alle tutele minime. I neoassunti spesso hanno un inquadramento superiore a quello base previsto dal contratto, e per i soci sono disponibili forme di prestito agevolato per affrontare, per esempio, le spese della casa o dell’istruzione dei figli. Scelte che hanno portato la cooperativa a ricevere nel marzo di quest’anno il riconoscimento Welfare Champion, conferito dall’Università Luiss alle piccole e medie imprese che hanno sviluppato un solido sistema di welfare per i propri lavoratori.

Di 101 lavoratori, Vesti Solidale ne conta 28 svantaggiati e 80 in totale delle fasce deboli della popolazione: «Tutti, dai disabili a chi per la società ha qualche “difetto”, come un passato di droga o di alcol, ma anche semplici padri di famiglia che hanno perso il lavoro, sono portatori di ricchezza, di un saper fare – sottolinea Guanci -. Cerchiamo di assegnare il lavoro in base alle caratteristiche personali di chi abbiamo davanti, e a tutti chiediamo di dare il cento per cento delle loro possibilità». I risultati dimostrano che tutti sono in grado di farlo.

 

 

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