«Una parola amica per farmi voce della gratitudine e dell’incoraggiamento... Respingete la tentazione di rispondere al male con il male. Il potere non deve diventare prepotenza, piuttosto servizio al bene comune»

di Pino NARDI

Arcivescovo guardia di Finanza

«Ho pensato di scrivere una parola amica per farmi voce della gratitudine e dell’incoraggiamento di tutte le persone oneste che abitano questa nostra terra benedetta, laboriosa, generosa, nonché complicata, ferita e spesso preoccupata». Inizia così la lettera «Tra la gente, per la gente» (in allegato), che l’Arcivescovo ha scritto a «donne e uomini delle Forze armate, delle Forze dell’ordine e delle Forze di polizia».

Monsignor Mario Delpini vuole essere così vicino a tutti coloro che sono impegnati al servizio dei cittadini nelle diverse forme. Un compito molto delicato, ancora di più in un tempo segnato dalla pandemia.

Riconoscenza

Innanzitutto l’arcivescovo dice grazie. «Grazie per la prontezza dell’intervento che può salvare vite, scoraggiare crimini ed evitare disastri. Grazie per la competenza che vi permette di affrontare la molteplicità dei reati e la complessità delle situazioni in modo preciso ed efficace. Grazie, perché voi siete quelli che restano al loro posto, per far funzionare il nostro Paese, di giorno e di notte, nei giorni feriali e in quelli festivi, quando i tempi sono tranquilli e quando le città sono irrequiete, le proteste aggressive e il servizio vi espone maggiormente al pericolo».

Un lavoro che diventa una scelta di vita, una missione. «Grazie, perché interpretate la professione come “una vocazione” e non solo come un lavoro per guadagnarvi il pane, come una missione e non solo per “una sistemazione”».

Non sempre tra la popolazione chi è in divisa viene visto con favore. Mons. Delpini non lo nasconde: «Spesso i cittadini vi considerano con poca simpatia. Talora vi temono come una presenza ostile. Spesso vi ignorano, come qualcosa di dovuto, senza considerare che sotto la divisa c’è sempre una persona, una donna o un uomo, con la sua storia, la sua famiglia, le sue aspirazioni e le sue paure. La riconoscenza, a volte, è proprio rara tra la gente. Pronti a pretendere, facili a criticare, molti non sanno dire “grazie” per il servizio ordinario e per il bene che tutta la collettività riceve da voi».

Occasioni per crescere

Dal Pastore della Chiesa ambrosiana giunge una paterna accoglienza, soprattutto di coloro che arrivano a lavorare nel territorio diocesano anche da molto lontano. «Desidero che ciascuno di voi si senta a casa sua in questa Chiesa ambrosiana in cui prestate servizio. La conoscenza della parrocchia dove abitate in questo momento, la partecipazione alle proposte di formazione e di vita comunitaria offrono, ai cattolici di ogni provenienza e Paese, un contributo necessario a mantenere viva la fede e a sentirsi in comunione con tutta la Chiesa. Mi spiacerebbe che, sradicati dalla parrocchia di origine per motivi di servizio, subentrasse in voi l’impressione di non appartenere a nessuna comunità: anche qui ci sono fratelli e sorelle che si radunano per le celebrazioni dei misteri che salvano, per condividere le feste e le sofferenze».

Molto importante il servizio svolto dai cappellani, «è il messaggio che la Chiesa offre per dire l’attenzione a ciascuno di voi come persona, chiamata a vivere una vita sempre più degna, serena, responsabile».

Pericoli e tentazioni

Certo lavorare nelle forze militari e dell’ordine non è semplice. «Ci sono situazioni che mettono alla prova perché le prestazioni richieste possono essere ripetitive e frustranti. A volte, i riconoscimenti possono essere tardivi o insoddisfacenti, perché l’ambiente di lavoro, come ogni altro del resto, è segnato anche da tensioni, incompatibilità di carattere, condizioni di disagio». Un invito a vivere le relazioni tra i colleghi con uno stile diverso: «Mi sembra importante che ci siano interlocutori con cui poter parlare, rapporti di amicizia su cui contare, procedure corrette per cercare soluzioni… perché nessuno si senta solo, abbandonato o esposto al rischio di pericolose depressioni».

Impegno professionale e importanza della famiglia

Chi è chiamato a questi compiti spesso rischia di mettere in discussione i legami familiari. Ma mons. Delpini non manca di sottolineare che anche loro, come tutti, hanno il diritto di costruirsi una famiglia.

«Un aspetto che merita particolare attenzione, credo, è la cura per la propria famiglia. La lontananza dalla famiglia per ragioni di lavoro crea una situazione che può essere particolarmente faticosa o complicata. Quando si spezzano i legami familiari si intraprende, spesso, una via di infelicità e si aprono ferite che difficilmente guariscono. Perciò prego per voi e per le vostre famiglie e incoraggio la vigilanza per resistere alle tentazioni e costruire la vostra casa su valori che superino le prove e sulla “roccia” sicura che è il Signore Dio».

Combattere il male con il bene

Impegnati nel mantenimento dell’ordine e della legalità, i lavoratori in divisa hanno a che fare quotidianamente con un’umanità negativa. Eppure l’arcivescovo li invita a non farsi condizionare da questo. «Per la serenità dei cittadini, per la difesa dei valori comuni, per contrastare le minacce alla convivenza, per affermare la legalità, voi vi scontrate spesso con persone disoneste, violente, arroganti. Ne può venire un’immagine dell’essere umano in cui prevalgono gli aspetti negativi e i comportamenti trasgressivi».

La violenza bisogna affrontarla non con altra violenza o prepotenza. «La tentazione di rispondere al male con il male, di sfogare la rabbia con la violenza, di reagire con esasperata istintività deve essere respinta con fermezza: questi sono comportamenti che si rivelano sempre rovinosi per chi li pratica, per il Corpo di cui si fa parte, ma anche per tutta la società. Il potere non deve diventare prepotenza, piuttosto servizio al bene comune».

Uno stile di comportamento esemplare. «La saggezza suggerisce di vincere il male con il bene, di rispettare sempre la dignità delle persone, anche se colpevoli di reati crudeli e ripugnanti. Donne e uomini che sanno usare la forza senza praticare violenze, che sono capaci di fermezza senza inutili durezze, che sanno resistere al disprezzo e all’insulto, senza essi stessi disprezzare e insultare, sono donne e uomini di cui noi siamo fieri. Sono quelli che fanno rispettare la legge, che contrastano la trasgressione e assicurano sicurezza ai cittadini e alla collettività, mentre insieme rivolgono un appello anche ai delinquenti. Gettano, in fondo, semi di bene».

Tra la gente, per la gente

Il triplice augurio dell’arcivescovo. Primo, «che sia tenuto alto il vostro ideale di servizio… nella persuasione che la vita della gente, la serenità delle persone oneste, le dinamiche sociali in una democrazia meritino di essere custodite».

Secondo, «auguro ci sia uno spirito di Corpo»: «I rapporti gerarchici sono un supporto alla compattezza del Corpo se non si irrigidiscono in formalità, se non diventano pretesto per prevaricazioni, ma sono vissuti come responsabilità del “prendersi cura” gli uni degli altri».

Terzo, «auguro che l’evoluzione della nostra società sia per tutti voi non una complicazione che scoraggia ma uno stimolo a crescere»: «Il fenomeno migratorio che trasforma il volto del nostro mondo e insieme procura un futuro, la complessità dei rapporti familiari e sociali, la solitudine di molti, il potere della malavita organizzata e l’evoluzione dei suoi mezzi per insidiare l’esistenza degli onesti con metodi sofisticati richiedono competenze sempre più sviluppate, determinazione sempre più forte, coerenza sempre più limpida. Sono occasioni, non solo problemi. Sono sfide che raccolgono donne e uomini liberi e consapevoli del proprio ruoۚlo».

Doveroso, infine, il ricordo dei «vostri colleghi che nel loro servizio alla collettività hanno sacrificato la salute e persino la vita».

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